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Ero certo di non essere nato lì.

Ne ero certo perché ricordo il tempo in cui mia madre mi prendeva in braccio e mi baciava tutta la faccia, mi baciava le lacrime, mi baciava anche le lacrime che scendono dal naso. Anche il naso piange se respira dolore. Mi baciava tanto che alla fine aveva il viso più bagnato del mio! E io continuavo a piangere anche se il ginocchio aveva smesso di far male. Non volevo finisse mai, non sapevo se sperare che il lieve dolore di un ruzzolone durasse all’infinito, così, anche solo per poter mischiare le mie gocce di lamento ai suoi sorrisi di comprensione. Tanto mi piacevano quei baci bagnati, appiccicosi, che avrei pianto giorni.

Baciava anche le lacrime veloci che facevano a gara per scendere dal mento e finire sui pantaloni, lasciando cerchi perfetti che svanivano prima che potessi contarli. E quelle che scivolavano dalle guance fino al collo, ti entrano sotto la maglietta e se non le sciacqui sai di sale, nemmeno fossi andato al mare!

E’ sempre così mia madre: prende lei le mie lacrime in carico, se le spalma addosso, ci soffia sopra per farle asciugare e quando non può farle sparire ci aggiunge le sue. Sono amare le lacrime di una madre, ma sono magiche: hanno il potere di rendere più dolce lo strazio. Sono quel mezzo gaudio che non ha nulla da recriminare ad un intero. Le lacrime di un bambino sono più veloci. Perché non hanno il compito di fermarsi nei segni che il tempo ti regala. Non deviano percorso ad ogni ruga, ma vanno dritte per la loro strada. Sono lacrime facili, per cui il loro percorso è semplice. Non sono come le lacrime di adesso.Che fatica per ogni goccia arrivare ai calzoni, perchè sono capricciose queste gocce d’adulto: non si accontentano di passare sui tratti stanchi, li attraversano, si fermano, sostano, rivivono, ripercorrono, si perdono. Che poi, alla fine non sai se stai piangendo per ieri, per oggi e forse anche per domani.

Foto-di-Domenico-Monteleone

*foto di Domenico Monteleone

Io sono certo di non essere nato lì, perché ricordo l’odore di mia madre. Non era un profumo, era il suo odore lieve e persistente come di giornate uggiose. Quell’odore che ti rinfresca anche nelle giornate di luglio. Quello che ti conforta, ti consola e ti regala la certezza che il luogo degli abbracci è il posto tuo. Gli abbracci di mia madre erano la mappa per arrivare al mio cuore. L’odore di madre ti fa tornare, qualsiasi sia l’inferno che hai attraversato. Io non ero nato lì, perché il fiato di mia madre mentre mormorava litanie fra i miei capelli, mi rimetteva al mondo ogni sera. Io mi rannicchiavo adattandomi alle curve del suo ventre. Dove finiva lei iniziavo io. O forse no. Io e mia madre non avevamo confini netti, in quelle sere in cui il sonno mio tardava ad arrivare e lei lo implorava neniando canti sospirati fra i miei capelli. Le gambe incrociate, il suo petto a scaldare la mia schiena, le sue dita carnose a esplorare tutta la mia testa. E mi piaceva di più quando arrivava alla nuca, in quella curva dolce che poi cede il passo al mio collo sottile. E ricordo ancora che mentre era il turno della nuca le tempie attendevano, trepidanti, sofferenti, quelle dita, che mai avevano deluso.

Ora il sonno è andato lontano. Lo cerco ogni notte, ma giunge sempre più tardi, ogni volta più stanco, ogni volta più breve. Per questo mi danno quelle caramelle bianche. Ma sono senza zucchero. E ogni volta che le lascio sciogliere in bocca mi sembra di aver mangiato un boccone di muro. C’era uno che mangiava gli angoli delle pareti. Era così veloce che quelli col camice verde gelato al pistacchio se ne accorgevano solo dopo che ne masticava pezzi interi. E le briciole gli cadevano sempre sulla maglietta bianca. Per forza, mentre mastica lui ride! Secondo me sua madre la storia del “Non si mastica con la bocca aperta” non gliel’ha mai raccontata. Quanto problemi può dare la bocca! A me il cuore funziona bene. Quelli col grembiule bianco dicono che è forte. È la testa… Però io penso, penso bene. Ma non le so dire le cose che penso. E quando ci provo la mia bocca non dice quello che ho in mente. Io sono così, prigioniero della mia bocca. La mia bocca è il confine che non riesco a valicare. Non mi lascia spazio, mi trattiene. La mia bocca è quella stronza che, quella volta che volevo dire a Emma che mi piaceva, ha detto “Voglio mangiare le spine del cactus”. Ci avevo pensato tanto. Ci era voluto tanto di quel coraggio raccolto giorno per giorno, mentre piantavamo le margherite nel nostro pezzo di terra. Lei aveva sempre i vestitini a fiori. Sembrava un giardino intero lei. Tonto, mi aveva chiamato. “Non puoi mangiare le spine dei cactus, che ti bucano la lingua, ma possiamo provare a fare un’insalata con le nuvole. Sono morbide forse.” E’ che Emma non era prigioniera della sua bocca, forse, un po’, lo era dei suoi pensieri. Ma in quel modo così lieve, così sospeso, che io avrei voluto viverci tutta la mia vita sulle nuvole dove viveva lei. La mia bocca è un cerchio che mi lega, che stringe i miei pensieri, per questo poi vengono fuori dalle mani, dai piedi, dagli spasmi delle braccia. Perché i miei pensieri son tanti. E trovano le strade per venire fuori. La mia bocca non mi ascolta. Non dà voce alla mia testa. Per questo a volte mi metto a ballare così forte che i pensieri mi escono dalla pelle. E sono così potenti che dopo mi fanno sempre la doccia. Però non piango più. Mai. Non piango perché quelli col camice bianco hanno detto ai pistacchi con la testa che se piango mi devono fare la puntura. E la puntura mi piace meno delle caramelle al gusto di intonaco. Non piango più. Mai. Piango solo quando viene mamma a trovarmi. Perché lei le lacrime me le asciuga ancora con i baci.

di Roberta Indelicato

Qui il sito di Domenico Monteleone

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