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L’erba alta, la discesa ripida, gli alberi fitti contornati da sterpaglie, un forte odore di agrumi, a tratti il profumo inebriante delle carrube. Un profondo burrone in mezzo ad un vasto terreno, questo è il ricordo legato a racconti di vita, sopravvivenza, salvezza. Avevo 6 anni e non mi era permesso scendere nel burrone della mia campagna né tanto meno avvicinarmi, venivo ammonita se solo chiedevo di poter scoprire quel luogo misterioso: era troppo pericoloso per me. I miei piccoli occhi credevano che lì l’erba fosse così alta da inghiottirmi. Non avevo paura di niente, non avevo ancora sviluppato il senso del timore legato alla perdita delle cose importanti e vivevo di coraggio, la curiosità poi, faceva galoppare il respiro. Cosa poteva esserci in fondo a quel grosso buco nero di così irraggiungibile?

Una giornata di luglio tipica delle campagne siciliane in cui il sole sembra accendere perfino gli angoli più bui, mia madre mi fece un regalo: potevamo scendere lì giù. Seguivo i suoi passi lungo una passerella di legno malandata, le travi scricchiolavano sotto le mie scarpette con gli occhi e facevo attenzione a non toccare il corrimano per paura che le schegge potessero conficcarsi sotto pelle. Provavo emozione e tanta curiosità per quel luogo a me sempre proibito. Giunti nel cuore di quel grosso buco ho alzato gli occhi al cielo, mi sentivo inghiottita dalla terra e le pareti di rocce sembravano grattacieli scintillanti tra i raggi del sole. Mia madre faceva strada, l’erba era davvero alta. Il profumo di agrumi selvatici era forte, ma al centro improvvisamente si aprì un albero immenso dal tronco forte, grosso e intrecciato, i cui rami sembravano comporre delle ragnatele dove ognuno di essi ne generava infiniti altri. Era il più grande di tutti, stava in mezzo con aria solenne, come se gli altri alberi avessero rispetto di lui. Era un carrubo e il suo profumo riusciva a sovrastare tutto il resto. Mi allontanai dal passo sicuro di mia madre e corsi impaziente verso il re di quel giardino, staccai una carruba e la misi in bocca morsicandola come si fa con i bastoncini di liquirizia. Mi ricordava i giardini misteriosi delle favole che leggevo e rileggevo perché amavo vivere di fantasia. Questo posto è speciale, pensai con meraviglia. La voce di mia madre interruppe il silenzio mistico di quel luogo. Mi fece avvicinare al costone di una parete del burrone. Fu in quel momento che ebbi conferma di ciò che avevo appena pensato. Inizialmente non riuscivo a capire cosa fosse, sembrava una grotta, un tunnel scavato tra le rocce. Era il rifugio utilizzato dai miei nonni durante la guerra: quello fu il primo muro di salvezza che si palesò davanti ai miei occhi di bambina.

Viola

*Photo copyright: Alessandra Lucca

Fino a quel momento avevo sempre pensato che gli unici muri in grado di concedere salvezza fossero quelli della propria casa, mia madre, invece, quel giorno mi palesò la possibilità che esistano muri estranei, saldi e provvidenziali in grado di fare da scudo contro il male generato dall’uomo. Avvicinandosi mi raccontò una storia rimasta nei miei pensieri con amore e orgoglio come sottotitolo della foto che i miei occhi scattarono quel giorno in quel luogo. Durante i bombardamenti la gente scappava disperata nel tentativo di salvarsi, i bambini venivano presi in braccio per non farli restare in dietro e si correva verso il luogo più sicuro. I miei nonni avevano questo rifugio che innumerevoli volte riuscì a proteggerli come quell’immenso albero di carrubo faceva con gli uccelli annidati tra i suoi rami. Non era molto grande ma si faceva di tutto per fare spazio. Finì per spargersi la voce e molti in zona sapevano di quel nascondiglio sicuro. Bomba dopo bomba le persone che correvano giù in fondo al burrone e che chiedevano asilo dentro il piccolo rifugio, aumentarono. Mai mio nonno voltò le spalle: ci si stringeva e c’era sempre un modo o un centimetro in più per salvare qualcuno. Restai immobile a fissare l’ingresso di quella grotta mentre le parole di mia madre facevano materializzare visi e corpi di persone con i loro bambini in braccio, sudati per la corsa, impauriti dai tonfi delle bombe. Un bambino non dovrebbe mai sapere che rumore fanno le bombe. Li immaginavo tutti stretti tra quelle mura a farsi coraggio oppure nell’assoluto silenzio per paura che anche il minimo cenno di una parola potesse scatenare la catastrofe. Come hanno potuto? Come ha potuto l’uomo fare tutto questo? Erano le domande che mi assillavano l’anima mentre un peso enorme mi attanagliava lo stomaco, lo stesso peso che appare oggi dinanzi a quel ricordo. Tuo nonno ha salvato tante persone, molte sconosciute, che venivano qui a cercare aiuto, disse mia madre. Il peso allo stomaco non sparì ma riuscì a fare spazio all’orgoglio.

Non ho mai conosciuto mio nonno, è morto prima che io nascessi, ma ho conosciuto i suoi muri, quelli che non ha mai negato a nessuno. Tante persone gli sono grate e lo ricordano come l’uomo gentile, che non voltava le spalle mai. Quel rifugio mi diede il senso di una filosofia del muro che porto ancora dentro con molta gratitudine verso quel luogo. Se mio nonno avesse chiuso la porta sotto la pioggia di bombe, cosa sarebbe successo agli altri? Se non si fosse scelto di dividere lo spazio, anche quando era davvero misero, cosa avrebbe fatto tutta quella gente? Lo spazio, un concetto di cui siamo oggi così gelosi, è avvolto dal senso di possesso. Lo spazio ci appartiene e non può essere diviso, neanche se questo vuol dire salvezza. Il tempo, di suo, gioca con i nostri miseri errori riproponendoci gli eventi ciclicamente decenni dopo decenni, secoli dopo secoli, concedendo una possibilità di redenzione più volte non colta. Il ricordo di quel racconto davanti al rifugio di guerra in fondo a quel burrone mi riempie ancora l’anima, non perché mio nonno fosse speciale ma perché è rimasto umano, perché ha deciso che lo spazio non dovesse avere padroni e perché le sue orecchie non sono mai rimaste sorde. Le troppe barche in legno, scricchiolanti come la passerella lungo il burrone sotto le mie scarpette con gli occhi, adagiate in fondo al Mediterraneo, esibiscono una falla colma di vergogna ed egoismo: quella delle nostre anime.

Ho conosciuto muri in grado di regalare ancora respiri.

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*Photo copyright: Alessandra Lucca

di Claudia La Ferla

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