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Fate allora che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa
Khalil Gibran

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori!
Italo Calvino

Autunno 

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie
G. Ungaretti

Questa mattina lo dicevo a Sandro, il mio coscritto di Pecetto che tutti i giorni vien giù a portar la moglie per star coi nipoti che sono ancora piccinini. La figlia lavora in banca. Glielo dicevo proprio mentre passavamo davanti al centro, quello dove tengono gli stranieri, al fondo di Via M. Gli faccio: Sandro, pensa quando smetteremo di giocare noi; siamo l’ultima generazione delle bocciofile. Dopo, poi, le chiuderanno tutte e faranno dei super – o dei bar, fa lui – al loro posto. Dove andranno i vecchietti come noi? A me i cantieri non mi han mai interessato, il Sandro, invece, se passiamo davanti a una transenna di lavori in corso lui si piazza subito a gambe larghe e con le mani dietro la schiena. Sbuffa come se solo lui sapesse lavorare col cemento. Poi, mentre gli parlo, un po’ risponde a me, un po’ borbotta perché il piano non è in bolla. Ma borbotta adagio ‘ché mica vuol farsi sentire dagli operai. Quelli c’han trenta o quarant’anni di meno e poco tempo da perdere con noi veci. Dopo pranzo, quando la moglie fa il sonnellino coi nipoti, mi viene a citofonare e scendiamo a passeggio. Il quartiere è cambiato tanto negli anni. Una volta questo muro di cemento non c’era mica e per quanto ci sforziamo, io e il Sandro, non ci riesce di ricordare com’era prima. C’erano i campi, prima ancora che iniziassero a spuntare tutte quelle fabbrichette sullo sfondo. In questo periodo che se non piove acqua piovon foglie, non conviene passare per il centro del viale ‘ché è un attimo e sei per terra. C’è un tappeto giallo bagnato che la metà basta, né. Un conto è d’estate quando fa anche bene prendere un po’ di fresco sotto agli alberi; ma ora che inizia a prepararsi per il freddo e il sole non picchia, si sta tranquilli anche sul marciapiede. Certo quel marciapiede fa un po’ impressione e sembra terra di nessuno per le cacche sparse, che se un giorno trovo uno di quei cafoni che non raccolgono i bisogni dei propri cani… Il Sandro è uno di quelli che ogni tanto, mentre cammina, si deve fermare per esprimersi meglio. Quando il concetto si fa importante, tac: si ferma; si punta con una mano contro quel muro alto alto che lo fa sembrare un lillipuziano e snocciola la sua vera verità: oggi sul governo, domani sul Toro, ieri sugli Agnelli. Tante volte alzo lo sguardo ma quel muro non finisce mai e va a finire che mi acceco con la luce del sole che, di sti tempi sarà pure pallido, ma se lo guardi dritto per dritto ti fa orbo per un minuto buono. Delle volte m’immagino che dall’altra parte ci sia qualcuno che, come me, si fa accecare dalla luce mentre ascolta il suo amico pedante. Ma lo dico con gentilezza, ‘ché dopo tutti sti anni gli voglio bene, al Sandro. Però di là dal muro non si sa com’è e non si riesce nemmeno a capire. Ogni tanto un pullmino della Polizia entra ed esce. Qualche pedone passa per il cancelletto sull’angolo. Cosa fanno tutto il giorno, lì? Rinchiusi? Un uomo può sentirsi ancora uomo nella nostra situazione? Che differenza c’è di qua o di là dal muro? Cosa faremo domani?

y 100

Inverno

La vedi nel cielo quell’alta pressione, la senti una strana stagione? Ma a notte la nebbia ti dice di un fiato che il dio dell’inverno è arrivato.
F. Guccini

Buongiorno, chi è l’ultimo? – Io, signora. Sono io l’ultima. Prima di me c’è questa signora e poi io. – È tanto che è dentro? – Eh sì, un po’. Saranno venti minuti, almeno. Ma cosa vuole, se uno ha gli acciacchi… Io? Mi ripeto sempre che starò poco ma poi quando son lì e il dottore mi fa tutte quelle domande; il tempo passa e uno non se ne rende conto. E quelli fuori aspettano! Che vuole che le dica… – Non è mica come ai nostri tempi, signora. Noi ci andavamo in punto di morte dal medico. Ora, pure per un’unghia incarnita vengono e si fanno scrivere tutte quelle medicine! E quante visite! Poi però non le fanno e le paghiamo tutti quelle ricette lì! – Oggi c’è più gente perché mi han detto che mercoledì il dottore non era in studio. – Sì, io ero qui ad aspettare. Sa, conviene sempre arrivare un’oretta prima. Ma non si è fatto vedere. In ogni modo… – Non è venuto perché l’hanno chiamato da quel centro lì, di Corso B. – Ah sì? – Quello all’angolo con Via M, dove ci sono gli stranieri. Gli africani. Li tengono lì, chiusi in quarantena. – No, signora. Io abito proprio nelle case di fronte al muro, al settimo piano e li vedo, ogni tanto, quando li fanno uscire. Non sono in quarantena. Li rimandano indietro ma finché son lì non li fanno uscire perché non scappino. – Ma io non ho proprio capito che ci fanno lì, cosa li tengono a fare? – Gli dobbiamo pagare anche l’alloggio. – No, signora. Non sono in villeggiatura. Li ho sentiti ieri. Sono usciti coi materassi in mano e gridavano. Dicono che ci hanno le pulci nei cuscini e nei letti. – Ho sentito che alcuni si sono cuciti la bocca. L’han detto al tigì regionale che si cucivano la bocca per protestare. Perché non sono animali, dicono. – Ma se stanno meglio loro di noi! Con un tetto sulla testa e il mangiare pronto. Bell’e pagato da noi altri! – Veramente ho sentito che manifestavano anche perché gli danno il cibo coi vermi. – Voglio vedere se al loro paese facevano di questo cine. – Ma lei con le pulci ci ha mai dormito? – Buongiorno, chi è l’ultimo?

Primavera

Primavera che sempre ritorni e sempre mi rechi una trinità, i fiori dei lilla perenni, la stella che cala a ponente, e il pensiero di colui che amo.
W. Whitman

Li vedo tutti i giorni: dopo la scuola arrivano con gli zaini in spalla e il pacchetto della panetteria. Si siedono sempre sulla panchina rivolta verso la strada. Capirai che panorama romantico, con quel muro grigio, infinito davanti a loro. A quell’età non c’è bisogno di grandi scenografie, è vero. L’amore, a quell’età, è tanto assoluto come mai potrà esserlo nel resto della vita. Io mi auguro per loro che duri. Non c’è amore più intenso di quello che nasce tra i fumi dell’adolescenza e che resta così, imperturbato. Salvo dal tempo e dal termine di paragone. Un unico ininterrotto sentimento verso la stessa persona per tutta la vita, come quando avevi sedici anni. Dovreste vedere come sono carini. Lui scarta la pizza, lei scova nello zaino una bibita. Si dividono il pranzo e le sigarette. Stanno uno di fronte all’altra, a cavalcioni sulla panchina e si guardano, si abbracciano; lui le accarezza i capelli poi, ogni tanto, lei prende un libro e legge ad alta voce mentre lui si stende appoggiandole la testa sulle gambe. É la prima volta, dopo mesi, che sono in ritardo. A quest’ora, di solito, sono già arrivati. Osservo la gente che passa o sosta davanti al negozio. Passo il tempo. Col tempo, mischio le mie abitudini con le loro e così, mentre loro mangiano io sto prendendo il caffè. Quando iniziano a sbaciucchiarsi come tutti gli adolescenti investiti da ondate ormonali, mica li guardo! Non sono un maniaco, capiamoci. Ah, eccoli. No, c’è solo lui. Sta parlando al telefono. Non importa dove andrai, io ti verrò a trovare. No, non è vero che non dura. Ma perché tuo padre deve cambiare lavoro? Ma perché dovete andare così lontano? Verrò una volta al mese. Una volta al mese verrai tu e siamo già a una volta ogni due settimane. Lo so che non è lo stesso. Però meglio così che niente. Poi oggi ci sono modi più veloci per comunicare. Ci sentiremo sempre. Ci scriveremo sempre. Saprai dove sono in ogni momento.

Il ragazzo mette il telefono in tasca e si tiene la testa fra le mani. Fissa il muro. Vorrebbe distruggere il mondo e ricostruirlo nel modo giusto. Dall’altra parte, oltre due metri di cemento, oltre tutto, c’è un giovane uomo che si sente come un leone in gabbia.

Signora del mio cuore e padrona del mio spirito e del mio corpo. Amore mio. Chissà dove sei e se stai bene. Ti scrivo queste poche parole ora che ho trovato finalmente una matita. Mi trovo in una città del nord, in Italia. Ho poca carta e ti dico subito che sto bene. Il mio corpo non ha subito molte offese ma il mio animo sì, mia luce. Dentro a questa bara di cemento posso vedere solo un quadrato di cielo ma mi consolo pensando che è lo stesso che anche tu guardi pensandomi. Chiudo gli occhi e ti vedo come l’ultima volta che ti ho stretta fra le braccia. Eri vestita di verde, ricordi?E mi seguivi con lo sguardo terrorizzato. Ferma, pietrificata finché non svoltai l’angolo che mi nascose per sempre il tuo viso. L’ho guardato per un’ultima volta quel tuo viso e mille e mille volte mi sono chiesto come e dove ho potuto trovare la forza per andare via. Poi ho capito che sei sempre stata tu, mia anima, l’unica forza che mi ha spinto a cercare il meglio nel mondo. Tu mi hai salvato tante volte dalla morte lungo questo viaggio in terra straniera. Ogni volta che mi sono sentito un reietto, un indesiderato mi bastava pensare che al mondo esiste davvero qualcuno che mi ama. Ora, amore mio, non so come farò a uscire di qui. Però sono vivo amore mio. Conta ancora su di me perché non mi arrenderò finché non ti avrò portata in salvo. Ci sarà, in tutto il mondo, un posto per noi. Prego per la tua anima e prego il signore glorioso perché ti conservi fino al mio ritorno.

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Estate

L’ardore dell’estate fu affidato a uccelli muti e l’indolenza richiesta a una barca di lutti senza prezzo attraverso anse di amori morti e profumi estenuati
A. Rimbaud

Mamma ha detto che possiamo stare da questo lato del viale ma che non possiamo attraversare la strada. Perché da quella parte c’è il cancello del centro. Papà dice che ci tengono gli stranieri. Non sapevo che gli stranieri dovevano stare lì dentro. La maestra di inglese è straniera ma lei mi ha detto che non ci deve andare lì dentro. Si vede che solo alcuni di loro finiscono lì. Magari gli stranieri non sono tutti come la maestra di inglese. Allora io e Daniele abbiamo deciso che vogliamo vederli questi stranieri richiusi. Abbiamo lasciato le bici al giardino e, quando il semaforo è diventato verde, abbiamo attraversato la strada e ci siamo messi contro il muro, dietro l’angolo, così che la mamma anche se si fosse affacciata alla finestra non ci avrebbe scoperti. Le basta vedere le bici al giardino; così pensa che stiamo giocando vicino all’altalena che è coperta dagli alberi. Dobbiamo ricordarci di gridare qualche fallo, ogni tanto. Abbiamo provato a sbirciare attraverso le grate del cancello ma non si vede nessuno. C’è un cortile con alcune auto parcheggiate, ma nessuno straniero. Poi Daniele è salito sulle mie spalle per cercare gli stranieri nella fessura che c’è tra il cancello grande e il muro. Mi ha detto che gli sembra di vedere delle figure che si muovono. Abbiamo fatto cambio e anche io ho visto degli omini lontani che facevano su e giù. Li ho visti perché sono più alto, io. Poi la mamma ha urlato dal balcone perché era un po’ che non ci sentiva fare la telecronaca delle azioni. Siamo tornati indietro di corsa ma al momento di attraversare stavamo per essere investiti da un’automobile che, svoltando, non si aspettava di vederci spuntare all’improvviso. Stasera proverò a fare una ricerca su internet perché non capisco cos’avranno mai di diverso da noi, questi stranieri. Come farò a riconoscerlo, quando ne vedrò uno?
Oggi, durante la passeggiata in cortile, Ahmed ha sentito le voci dei bambini del quartiere che giocavano nel piccolo parco qui di fronte. Mi ha chiesto di descrivergli il giardino, le giostrine e il quartiere. Mi ha detto che ascoltare gli schiamazzi dei bambini gli fa ricordare quando i suoi nipoti lo svegliavano durante il riposo del pomeriggio per chiedergli la palla finita, durante il gioco, sul balcone della sua stanza da letto. Mi ha detto che quei bambini, ora, sono angeli. Poi si è alzato, mi ha guardato ancora una volta e, in silenzio, è rientrato. Restai in silenzio qualche secondo. Poi mi accorsi che i bambini avevano smesso di gridare.

Di Cristina Monasteri (testo e foto)

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