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Qual è il ricordo più vivido del giorno in cui per la prima volta ci siamo incontrati ad Augusta, alle “scuole verdi”? Come sei arrivato a noi?

Ricordo esattamente quando varcai il cancello d’ingresso della scuola, i vestiti stesi ad asciugare sulle finestre, sulle scale, in ogni dove. Quel sentore contraddittorio di paura e conforto, i suoni di quelle lingue musicali, la musica che proveniva dal piano di sopra, il movimento e l’energia, ricordo tutto come fosse ieri, quegli occhi me li sento ancora dentro. Era la prima volta, ne ero venuto a conoscenza dai giornali, ne parlai con un’amica che a sua volta mi mise in contatto con te. A quel punto successe qualcosa. Mi misi in viaggio perché sentivo di dover vedere con i miei occhi, toccare con mano quella realtà, conoscerla fino in fondo, forse con un po’ di incoscienza. Giorni prima avevo visto, sul un molo del porto di Palermo, i cadaveri di alcuni migranti, che non ce l’avevano fatta, chiusi dentro anonimi sacchi bianchi e poi dentro bare di legno grezzo, con sopra un numero. Non doveva succedere, eppure stava succedendo, nella mia terra. Assistere a quelle tragiche scene ha cambiato la mia visione del mondo, mi ha scosso, per giorni e giorni. Decisi così di dare il mio contributo, di fare la mia parte.

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Tu sei il fotografo delle periferie, se proprio volessimo darti una definizione. Eppure per me resti sempre il fotografo dei migranti della mia scuola elementare. Trovi affinità fra i due soggetti?

Le periferie e i migranti. Trovo che ci sia un filo invisibile a legare i due argomenti. Sono entrambe situazioni limite, ammantate di luoghi comuni e pregiudizi di ogni sorta, facili bersagli delle campagne elettorali e delle austere politiche occidentali ed europee di cui, nella maggioranza dei casi, non possiamo che prendere atto dei loro totali fallimenti, in special modo per quel che riguarda le politiche di inclusione sociale, d’integrazione. Gli attentati di Parigi, ma non solo, ne sono un perfetto esempio. Chi ha compiuto il massacro veniva dalla periferia, è quello il luogo che ha fatto detonare l’odio, la rabbia. E’ lì che vengono stipati perché non si vedano. Migranti e periferie sono lo specchio della nostra barbarie.

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Dopo quel Maggio 2014 hai fotografato ancora sbarchi, centri di accoglienza, migranti? Quali sono le sensazioni principali che provi mentre scatti?

Si, ho fotografato e ancora oggi continuo a fotografare e a documentare la condizione dei migranti nei centri di accoglienza siciliani ma non solo. Mi occupo anche di seguirli nel loro inserimento in società, di ciò che succede dopo la loro permanenza nelle strutture, del modo in cui mutano le città in funzione dei flussi migratori. E’ un caleidoscopio di emozioni e tutte contrastanti: dal pianto al riso, dalla rabbia alla gioia, dalla luce al buio, ma con un’unica grande costante: la bellezza dei loro sguardi, dei loro sorrisi, dei loro abbracci.

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Quale credi sia il senso profondo del tuo lavoro? E della fotografia in questi contesti?

La voglia di abbattere i luoghi comuni, ecco ciò che mi spinge veramente. Mostrare la loro umanità, far capire al mondo intero che stiamo parlando di persone in carne ed ossa e che tutto quello che succede riguarda tutti, non esenta nessuno da colpe, nemmeno noi che documentiamo la situazione. Vorrebbe essere una spinta per ognuno, perché faccia la propria parte, ad avviare quella rivoluzione culturale e sociale che includa l’altro non come elemento alieno della società ma come una ricchezza, un’opportunità per essere migliori.

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di Maria Grazia Patania

Qui il suo sito web e la sua pagina fb


E’ sempre complicato mantenere una certa distanza emotiva di fronte alle foto di Francesco: sono scatti in cui la vita trabocca ed esplode. Un po’ come il sorriso dei bambini o le lacrime di chi deve fuggire da scenari di guerra e violenza. Per me le sue foto sono quasi una terapia: quando mi manca troppo casa, faccio un giro fra i suoi scatti e trovo i volti della mia infanzia, i paesaggi e i gesti della Sicilia, la simmetria del caos in cui sono cresciuta.

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