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A dire il vero sua madre gli aveva detto che servivano per il Viaggio.
Ne parlava da mesi ormai.
Ne parlava sempre.
Parlava solo di questo.
E lui si era sentito fiero di consegnare a sua madre quanto era riuscito a trovare.
Fra le macerie delle ultime case distrutte aveva recuperato roba di un certo valore!
Occhio di lince, lo chiamavano i suoi compagni.
Erano i resti delle vite degli altri ad andargli incontro, non doveva nemmeno sforzarsi di cercare. Bastava sollevare una pietra, spostare un asse spezzato. Era magro lui. Ma di forza ne aveva. Anche se i suoi compagni all’inizio non ci credevano.
Certo, la sera aveva le narici cementate dalla polvere che aveva respirato. Gli venivano sempre le croste dentro al naso. E non bastavano mai i rimproveri di sua madre, lui infilava il suo indice su e quel pizzico di dolore che provava nell’asportare la crosticina, non era paragonabile al sollievo di averla rimossa!
Ora era in fila. Ci sarebbe stato da aspettare. Sua madre gli stringeva così forte la mano che era diventata tutta rossa.
Anzi, forse tendeva al viola.
Aveva fame.
Le ore erano lunghe seduti su quello scoglio ad aspettare l’imbarco.
Ma lui era vigile.
Attendeva.
Non sapeva bene cosa, ma sapeva che qualcosa di irreparabile sarebbe accaduta.
Qualcosa che non sarebbe stato facile recuperare.
Non come gli strappi della sua camicia azzurra, che sua madre ricuciva ogni volta.
Lo stomaco gli si rivoltava protestando a gran voce. E il suo stomaco aveva una voce forte, profonda, ma sua madre aveva detto che il resto sarebbe servito per il Viaggio.
Finalmente arrivò il loro turno.
La barca su cui stava salendo non corrispondeva alla descrizione.
Lo aveva intuito che non c’era da fidarsi di quell’uomo. Quando la mamma aveva consegnato i soldi a quel tizio con la casacca color cachi lui si era stupito. Come poteva sua madre affidare mesi di ricerche sui cumuli di cemento a quello sconosciuto?
Però a lui quella casacca era piaciuta. Era nuova. Non era nemmeno impolverata. E aveva tante tasche. Ah, come gli sarebbe servita una casacca così! Le tasche dei suoi calzoni erano piccole e qualche volta bucate. E la roba che raccoglieva rischiava di cadere.
La mamma aveva iniziato a parlare del viaggio dopo il crollo delle case nella via di fianco alla loro.
Due dei suoi compagni non si erano presentati il giorno dopo. E loro non mancavano mai ad un appuntamento.
Lui da quel giorno ci sentiva meno da un orecchio. E aveva un ronzio costante dentro la testa. Ma non lo aveva detto a nessuno. L’altro orecchio compensava, gli bastava.
Gli era andata meglio che al suo amico di ricerche:
e certo, senza un piede non era facile arrampicarsi!
Per questo non aveva detto a nessuno del suo orecchio, perché sapeva di essere stato fortunato. E poi non poteva cedere il proprio posto, mostrando ai compagni un segno di debolezza.
Lui il rispetto se lo era guadagnato prendendole e dandole.
Però, se proprio doveva dirlo, l’atteggiamento dei suoi compagni era cambiato quando aveva diviso con loro il contenuto delle tasche di un giorno buono.

Homsi

*Photo Copyrigh: Ziad Homsi

Dell’uomo con la casacca nemmeno l’ombra. Lo aveva cercato fra gli scogli, ma ormai era certo che non lo avrebbe visto.
Faceva freddo.
Il freddo che ti entra dai piedi e si diverte ad andare zonzo per tutto il corpo.
Quando sua madre allentò la presa lui ne ebbe la conferma.
Il sospetto diventò una certezza. Quel fremito che lo teneva sveglio si era spiegato. Quel dubbio feroce dello strappo imminente si era risolto.
Sentì un dolore così forte al petto che per un attimo pensò che sarebbe imploso.
Come i palazzi sotto le ultime bombe.
Quel rumore di cemento che si spezza fremendo sotto il peso di quel piccolo tonfo iniziale, di vetro che si frantuma in migliaia di schegge volanti, ignare e novelle dispensatrici di ferite, di ferro che si piega gridando tutto il suo dolore, di vite che cedono il passo alla morte.
Quello, quel fragore che se lo hai sentito una volta e sei fortunato a ricordarlo, lo sentì adesso che aveva capito. Lo sentì tutto insieme, tutto dentro al petto.
Quel fragore che ti rimane appiccicato addosso per sempre gli esplose dentro.
I suoi muscoli si contrassero, come accade durante il sibilo.
Già, la paura, quella vera, quella che gli faceva contrarre anche i muscoli del perineo, la provava quando sentiva il sibilo. Perché il sibilo era il preludio.
Era l’avviso, era come il titolo di uno di quei giornali che portava a casa suo padre: un accenno di ciò che c’era scritto sotto.
Erano venuti a prenderlo suo padre. E non era più tornato. Lo avevano preso una sera come tante, quando ancora tutto sembrava normale. Quando lui andava ancora a scuola.
Erano venuti vestiti tutti allo stesso modo. Con le scarpe grosse e il petto gonfio. E avevano portato via tutti gli uomini del rione, fra le urla litanianti di madri e mogli impotenti.
Sentiva quel sibilo adesso, ed era più forte del rumore del mare che si spezzava su quegli scogli duri.
Non era il fischio conosciuto e confortante che lo accompagnava dall’ultima esplosione.
Era più forte. Ed era iniziato nel momento esatto in cui sua madre gli aveva restituito la mano, quando aveva smesso di stringere forte quella mano e lo aveva spinto un po’ per farlo salire sul quella bagnarola.
Da solo. Il raccolto dei resti delle vite altrui bastava per uno solo posto.
Guardò sua madre in viso. La patina lucida degli occhi di entrambi bastò ad avere un dialogo, fatto di domande e di risposte mai pronunciate.
Verrò col prossimo Viaggio. Ti trovo io. E non toglierti le croste dal naso che poi ti esce sangue“.

Homsi 2

*Photo Copyrigh: Ziad Homsi

di Roberta Indelicato

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