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Sono nata in un mondo ordinato e sicuro. Almeno così lo percepivo io. Un mondo consequenziale governato da una logica non sempre giusta o equa, ma comunque apparentemente sensata.

La guerra era un’ombra nera che insanguinava terre più o meno lontane cui guardare con rispetto ed estranea compassione.

Davanti a me si snodava un futuro costellato di meritocratiche conquiste controbilanciate dall’inevitabile corso del malaffare. Esistente, ma non così contagioso da impedire la sopravvivenza dell’onesto. La mia adolescenza si è nutrita di letture e spirito critico, rituali commemorativi il cui valore simbolico era indiscusso. Pur consapevole del costante rischio degenerativo cui nessuno può sfuggire, mi sentivo al sicuro da certi orrori.

L’orrore dei campi di concentramento e l’eroismo partigiano erano incontestabilmente troppo recenti e le loro testimonianze, oltre a far da monito, costituivano un esercizio di virtuosismo emotivo. Cosa avrei fatto io? Sarei stata abbastanza coraggiosa da non sottomettermi alla barbarie? Avrei rinunciato alla mia vita per proteggerne altre? Ma dentro di me speravo che certe cose non sarebbero successe più.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

L’ambiente era un concetto vago e multiforme al mio servizio. La natura, un tesoro da cui trarre giovamento. Emotivo ed economico. Il progresso – qualunque cosa volesse dire e al di là di eventuali quanto sporadiche perversioni – conservava ancora una finalità umana. I cortocircuiti e le contraddizioni che emergevano erano episodi sporadici cui non dare eccessiva importanza. Le persecuzioni si studiavano nei libri di scuola con enorme indignazione e la distanza derivante dal diffuso senso di sicurezza in cui vivevo.

Poi il grande palcoscenico della florida evoluzione umana ha iniziato a cadere a pezzi. E tornano i lager nella forma dei CIE, dei CARA, degli allevamenti intensivi. Tornano luoghi spersonalizzanti dove la quantità cancella ogni unicità da questi esseri senzienti. La massa confonde e smarrisce. Elimina ogni peculiarità, crea ectoplasmi terrificanti dai contorni incerti entro cui far coagulare le nostre paure. E tornano incubi che speravamo di non rivivere mai più.

In questo vasto scenario di barbarie morale, abbrutimento del pensiero alle sue dinamiche più elementari, alienazione dalle nostre azioni parcellizzate e svuotate di consequenzialità credo servano porti sicuri presso cui rifornirsi di umanità ed empatia. Bellezza, passione, senso di meraviglia rappresentano luoghi ideali dove ripararci dal ritmo sempre più violento delle nostre vite.

Il senso e gli auspici sotto cui nasce questo blog sono semplici: impegno alla riflessione anche su argomenti scomodi e di non semplice soluzione rinunciando in tutta onestà intellettuale alle scorciatoie, fuga dal perimetro sconfinato del macro per prediligere gli spazi più dignitosi del micro che restituiscono unicità, passione personale per certi temi che finalmente possono essere affrontati.

E così Moussa non è l’ennesimo migrante/immigrato/clandestino, bensì qualcosa di simile a un fratello/figlio/amico che ho ritrovato dopo 29 anni di viaggio su questa Terra. Moussa come me ha lasciato il noto per cercare un futuro più rigoglioso. Moussa ha pagato un prezzo altissimo per il suo coraggio e ogni sera va a dormire senza sapere se vedrà mai sua madre. Moussa non è un immigrato. Moussa è una persona.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

Il riferimento ad Antigone nasce dall’esigenza di proteggere e custodire le leggi naturali che appartengono inalienabilmente ad ogni essere vivente e che mai andrebbero violate dall’umana tracotanza. L’Antigone rappresenta l’eroina scomoda e integerrima che ci invita ad un viaggio nelle pieghe della coscienza. Un viaggio difficile di contrasto al pensiero dominante modellato ad hoc dalla mutevole arroganza umana. Antigone sa che un defunto merita sepoltura e sa che le leggi umane non possono impedire alle leggi naturali di affermarsi. Noi dobbiamo sapere quando la legge umana mette pericolo la sacralità inviolabile della vita. Antigone era sola. Mentre noi siamo tanti e possiamo guidarci verso nuove riflessioni con quell’entusiasmo che caratterizza le grandi passioni.

In definitiva mi auguro che questo spazio virtuale sia la nostra/vostra casa comune, la nostra/vostra sponda anti-barbarie, il nostro/vostro angolo di umanità rinnovata e ritrovata. E ringrazio ciascuna delle persone con cui ho discusso di questo progetto e che sembrava non stessero aspettando altro che una occasione per parlare. Grazie a ognuno/a di voi per avermi dimostrato disponibilità e voglia di fare. Adesso c’è una casa, questa, dove incontrarci.

Ad maiora. 2015

Maria Grazia Patania


Questo era un anno fa. Questo è ancora oggi. Questo sarà anche domani, speriamo. Le metafore che hanno accompagnato l’evoluzione di Antigone sono due: una bambina e una casa. Inizialmente concepito come luogo virtuale in cui incontrarsi, il Collettivo ha mutato volto divenendo anche metafora di una creatura, una bambina partorita sul mio divano rosso. Una bambina senza padre circondata da zie e zii, cugini e cugine che la accompagnano nella sua crescita. Per noi del Collettivo, ormai Antigone è la picciridda e proprio come in una famiglia, l’entourage serve a sostenere la madre. E quindi siamo qui a tirare le somme di un anno faticoso, ma profondamente appagante per le soddisfazioni che abbiamo avuto: Antigone è uscita dall’anonimato, ha viaggiato, sta muovendo i primi passi da sola e impara a parlare. Più lingue fra l’altro. Antigone acquista voce e arricchisce il coro che la compone: due rifugiati africani -Doumbia e Yacob- sono parte del gruppo, un terzo -Rami- arrivato dalla Siria ci racconterà il suo viaggio fra qualche giorno, alcun* studenti e studentesse di interpretariato e traduzione hanno voluto mettere a frutto il loro talento traducendo alcuni nostri articoli. Antigone cresce e con lei il nostro impegno a migliorare la qualità del lavoro che portiamo avanti.

Un grazie di cuore va a chiunque abbia condiviso con noi questo sogno, a chiunque abbia creduto nel nostro progetto ma anche a chi non lo ha fatto spingendoci a chiederci se quanto facciamo sia abbastanza, a chiunque ci abbia letto e condiviso e scritto, a chiunque abbia prestato ascolto alle nostre idee, ai fotografi che ci hanno accompagnat* nel difficile compito di trasporre le parole in immagini. Grazie a Emiliano che ci ha regalato il logo e ha condiviso con noi una parte del viaggio.

Un grazie speciale lo dedico a Yacob, Doumbia e Rami che accettano di aprire a noi il loro cuore regalandoci innanzitutto la fiducia. E a Michelangelo Mignosa che dalla prima mail ha sostenuto questo progetto con una intervista e un tempismo perfetto per questo compleanno. Ed è proprio la sua intervista che vi invito a rileggere qui o cliccando sul suo nome. Qui invece trovate i suoi contributi sul Collettivo Antigone.

Ad maiora. 2016.

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*Photo Copyright: Michelangelo Mignosa

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