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Mi chiamo Sainey e vengo dal Gambia. Ho 12 anni e da grande voglio diventare un calciatore famoso“. Mi sorride. “Mia madre non voleva che partissi ma in Gambia manca la libertà. Lo capisci? Non hai futuro. E allora ho convinto mia sorella e suo marito ad aiutarmi. E sono partito. Mia madre non sa se sono ancora vivo.

Ero solo nel viaggio. Pensavo solo che oltre il mare c’era l’Italia. E lì avrei potuto giocare a calcio. Ma ora sono qui, in questa scuola e non faccio niente tutto il giorno. Non gioco nemmeno a pallone.

Sainey ha 12 anni ed ha oltrepassato il deserto. E’ sopravvissuto a quel luogo di morte dove la vita non ha nessun valore. E’ fragile la vita nel deserto. Dove si muore di stenti, di sete, di paura o di guerrilla armata. Il respiro nei polmoni vale solo fin quando durano i tuoi soldi. Se cerchi di nasconderli, ti sparano. In realtà ti sparano anche se i soldi glieli dai.

Sainey potrebbe essere mio fratello o mio figlio. E invece è uno dei tanti volti che sogno di notte. Una delle tante vite portate dal mare e sospinte dalla disperazione. Vite fragili. Vite spezzate. Vite maltrattate.

Quando sono arrivato in Libia, dopo il deserto, mi hanno rapito. Mi hanno portato in un campo e mi hanno torturato. Poi mi hanno detto che se avessi dato loro dei soldi, mi avrebbero lasciato. Mia sorella non poteva più aiutarmi. E allora sono scappato”. Ma come sei scappato?, gli dico sconvolta. “Maria, sono scappato. C’era una via di fuga e io sono scappato. Tanto mi avrebbero ammazzato comunque“.

Sono finito per strada e dovevo racimolare i soldi del viaggio quindi ogni mattina mi presentavo in un posto dove tanti altri speravano di essere presi a giornata. Che lavoro facevate? Qualunque cosa. Roba pesante. Mi faceva male la schiena la sera e tante volte ci mandavano via a bastonate e senza soldi. Ho conosciuto un ragazzo, siamo diventati amici, mi ha spiegato come contattare chi ti porta in Italia. Poi gli hanno sparato per strada. Per caso. Passavano con le macchine e ci hanno sparato contro. Così… Senza motivo.Tu non hai idea di cosa sia la Libia. E Tripoli. Tutti hanno una pistola, anche i bambini. E la usano contro di noi. Ci chiamano morti viventi“.

krieg

*La guerra è il letargo della cultura, Osnabrück, Novembre 2013

Tutto questo Sainey me lo racconta senza un tremito nella voce. Occhi negli occhi. Sguardo contro sguardo. Con pupille da anziano che alla sua età non dovrebbe avere. Guardandomi come se mi stesse dicendo la cosa piu normale del mondo. Come se essere torturati fosse una prassi per ognuno di noi. Come se essere strappati dalle nostre madri fosse il normale corso delle cose. Me lo racconta mentre siamo seduti in un bar piccolissimo al cui tavolo lui mangia un arancino e beve una cocacola. Maria, It’s delicious. Io ho la nausea. Vengo pervasa dal disgusto e dalla rabbia. Ma lui mi abbraccia e mi guarda dicendomi di non essere triste.

E di nuovo nasce -maestosa e prepotente- la speranza. Il nostro abbraccio in una minuscola pasticceria cancella lo strazio del bambino che viene torturato in una cella buia e senza anima. La sua mano fra le mie annienta la pallottola sparata per divertimento. E lui che sorride e al primo morso del primo arancino della sua vita mi dice „Maria, it’s delicious“ è uno dei ricordi preziosi che non si perderanno nella nebbia del tempo che scorre.

di Maria Grazia Patania (foto e testo)


Sainey è un nome inventato per proteggere l’identità del ragazzo che mi ha donato questa storia. Ad oggi non esisterebbe, se non avessi avuto la fortuna e l’onore di trovarmi al posto giusto nel momento giusto. Ora non vuole più parlare della sua vita di prima. Vive con una famiglia e sta realizzando il suo sogno di diventare calciatore. Ma nulla lo mette al riparo dalle quotidiane angherie dettate da ignoranza e irrazionale paura.

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