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Occhi disperati
Occhi determinati
Occhi di chi lotta
Occhi che ti scrutano dentro
Occhi di chi ha abbandonato le proprie radici
Occhi di chi ha abbracciato l’incertezza tenendo sulle spalle l’unica certezza
Occhi pieni d’amore
Occhi di donna, cuore di madre.

simo

Non vi è alcun ordine storico, geografico, cronologico.
Non vi sono distinzioni di razza, etnia, religione, età.
Libia, Vietnam, Tunisia, Sudan.
1968, 2007, 2011.
E’ un unico grande racconto fotografico: bambini, donne, uomini che scappano lasciandosi tutto alle spalle; persone che abbandonano le loro case, la povertà che vi abita, la disperazione che vi risiede, la guerra che li affama; enormi flussi migratori che nessuno potrà mai fermare perché l’unica speranza di vita migliore è andare via.
Pellegrin, Maioli, Sessini e altri fotografi della Magnum in un’unica bellissima e commovente mostra fotografica.

Ogni uomo è la propria terra. Ne sono certo. Se la perde, viene privato della sua solvibilità e di un frammento della sua anima, che tenterà di riconquistare per il resto della vita.
The World from my Front Porch, Larry Towell.

La mostra è composta da mattoni. Come se qualcuno avesse tirato giù un muro a testate. Un mattone una fotografia che raffigura un Mediterraneo andato in frantumi in questi tempi sgretolati dove le destre d’Europa proliferano di pari passo all’ignoranza della gente.  Un pugno allo stomaco di occhi e bocche spalancate.
Madri che tengono bambini, molti dei quali si perdono e poi, una mattina, li ritrovano lì, con le facce affossate nella sabbia, esanimi.
Muri che stanno nascendo in questa nostra Santa Europa malmessa e ormai sconfitta che ha perso, agli occhi delle persone ancora civili, ogni credibilità.
“Exile” non ci dice che di mettere un punto alla miopia prima ancora che l’apocalisse, già in atto, si compia e di tornare a ragionare, a focalizzarsi sul fatto che di essere umani si parla, se ancora qualcuno non l’avesse capito.

EXILE
A cura di Andrea Holzherr
Chiostri di San Pietro
Via Emilia San Pietro
Reggio Emilia

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di Simona D’Alessi e Francesco Faraci (sia il testo che le foto della mostra)

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