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*Io lo so che l’affido è la forma di amore più gratuita e rischiosa che esista. Perché un figlio tuo è tuo per sempre, mentre un figlio in affido può non esserlo. [Pag. 132]

[Il mare nasconde le stelle, Francesca Barra]

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Stavo atterrando di ritorno da casa quando ho letto questa frase e si è delineata una idea per affrontare il tema della maternità di cui volevamo parlare col Collettivo Antigone.

Ho deciso di dedicare il mio spazio a quelle madri –e sono tantissime- che accolgono creature che non hanno partorito. A quelle madri che intendono la maternità in senso ampio ed inclusivo. A quelle donne che sentono una responsabilità di fronte alla Vita, anche se non l’hanno generata loro.

La “questione migranti” viene per lo più affrontata in termini inadeguati e spersonalizzanti. Soprattutto non si dà la dovuta attenzione ai minori non accompagnati. Proprio questa realtà sembra essere anche più complicata e meno comprensibile. Spesso sento chiedere: “Ma che madre può permettere al proprio figlio di salire su una barca dopo aver attraversato il deserto e vissuto in prigione? Come fanno a separarsi dai propri figli?”. Senza considerare che davanti a situazioni estreme, anche i rimedi sono tali. Sottintendendo quasi una accusa… Come se quelle madri fossero meno madri. Come se quelle madri non avessero anche loro portato dentro di sè le loro creature per nove mesi.

Da donna, leggendo la storia di Remon, ho pensato a Marilena, che lo ha accolto in casa, che ha imparato a conoscerlo, che accetta di dividere il suo cuore con la madre biologica, che sa che lui potrebbe spiccare il volo in qualunque momento. Ho cercato di immaginare le angosce, i dubbi che possono attanagliare una donna che accoglie una nuova vita nella sua. Ma l’unica cosa che sono riuscita a fare è ammirarla con tutta me stessa. Così come ammiro le altre mamme speciali che conosco e di cui ho avuto la fortuna di ascoltare alcune confidenze. Queste donne portano avanti una scelta così drastica spesso da sole, nel silenzio e nell’abbandono delle istituzioni, talvolta confrontandosi con l’ostracismo dell’ambiente circostante.

Ho pensato anche a Francesca, l’autrice del libro, che ha accettato questa sfida enorme di farsi voce e penna di una storia così drammatica. Che ha capito l’importanza di lasciare memoria di questo atto di coraggio e ha aperto il suo cuore a Remon, Marilena, suo marito Carmelo e in qualche modo ad Augusta. Ascoltare le storie di chi arriva dalle onde non è una esperienza da cui si torna indietro: accogliere il dolore di queste creature, farlo proprio, interiorizzarlo e convivere con esso cambia ogni cosa.

Pertanto dedico questa festa della Mamma celebrata a oltranza a queste Donne che sono la vera salvezza dalle derive brutali di ogni tempo. E a quelle Madri che, per un motivo qualunque, hanno dovuto separarsi dalle proprie creature.

E poi la dedico a mia Madre. Che non mi rimproverava quando tornavo a casa in ferie, ma non c’ero mai. Che non si lamentava se per vedermi doveva venire lei alle “scuole verdi”. Che a un certo punto mi chiedeva solo “Fammi sapere in quanti siete a pranzo. Mica possiamo fare brutta figura”. Che ha capito che per me era fondamentale che lei allargasse le braccia di più per far posto a questi figli non suoi. E che riesce ad essere Madre sempre.

E a mia zia che risolve tutti i miei conflitti interiori e i miei sproloqui geopolitici con una soluzione perentoria: “Non me ne frega niente di niente. I picciriddi devono mangiare bene”.

Una cosa è certa: a casa mia l’Amore si misura in chili.

di Maria Grazia Patania

 

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