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Tieni un capo del filo,
con l’altro capo in mano
io correrò nel mondo.
E se dovessi perdermi
tu, mammina mia, tira.

[Margartet Mazzantini, Venuto al mondo]

Noi figli sappiamo essere ingrati ed egoisti.

Eppure l’Amore non è Amore se non dona tutto se stesso e se non ti ama come sei. E’ questo l’invisibile filo che sopporta e perdona, che soffre del tuo dolore e gioisce dei tuoi successi. Pensando al concetto di maternità espresso nel linguaggio dell’arte, è inevitabile pensare alla Madre per eccellenza: Maria.

Eppure il mistero e miracolo della maternità trova origine fin dall’antichità in figure pagane, simbolo di fertilità o di divinità. Una delle più fortunate espressioni nella rappresentazione della maternità si trova nella consuetudine dell’allattamento, in quanto momento di particolare intimità tra madre e figlio.

Attestata tra le prime opere avente questo soggetto è l’opera Kourotrophos (Statua della dea madre) della metà del VI secolo a.C.

dea madre

La statua calcarea, rinvenuta nella necropoli di Megara Hyblaea, può essere considerata l’antenata di tutte quelle Madonne del latte che avranno tanta fortuna soprattutto in epoca medievale.

Oggi conservata al Museo Archeologico Paolo Orsi di Siracusa, l’opera, purtroppo non integra, rappresenta l’allattamento contemporaneo di due gemelli, simbolo di fertilità e di abboddanza. Fin da questa opera antica, possiamo individuare la tenerezza di un gesto materno quotidiano, nelle braccia della madre che avvolgono i figli e, di rimando, nelle mani dei figli che si aggrappano ai seni della madre.

Un altro antenato della stessa corrente iconografica è Iside che allatta Horus (del 1700 a.C. ca.), anch’essa indicata come antenata delle Madonne occidentali.

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A dimostrazione dell’importanza del soggetto dal punto di vista artistico, esiste un’iconografia dedicata proprio a questo tipo di rappresentazioni. A partire dall’età cristiana i soggetti prediletti diventano la Madre delle madri, Maria, e il Figlio per eccellenza Gesù, coniugati in varie forme e momenti: si parte dalle citate Madonne del latte, passando per le rappresentazioni della Sacra Famiglia e giungendo alle Pietà.

Nel corso dei secoli, infatti, la maternità di Maria si è arricchita e amplificata con numerose sfaccettature dell’essere madre. Maria è la Madre del Figlio divino (oltre che umano) e questo comporta la caratterizzazione della sua figura in chiave profondamente simbolica del ruolo che le è stato affidato dal Padre: molte sue rappresentazioni sottolineano la conoscenza del destino dell’uomo figlio suo, o la rassegnazione di fronte il compimento di tale destino.

Sorvolando su moltissime opere, valga per tutte un breve accenno alla famosissima Pietà michelangiolesca, in cui è eloquente il gesto della mano, atto proprio a sottoloneare l’arrendevolezza della donna che fin da principio, pur conoscendo la fine del Figlio, prende atto della sua tragica morte.

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Se la rappresentazione cristiana è predominate in età medievale e rinascimentale, è anche vero che la rappresentazione dell’allattamento diventa, in età moderna, manifestazione della natura umana di madre e figlio, tendendo ad un’arte più intima e quotidina.

Proprio l’intimità di questo profondo Amore mi sembra perfettamente espressa in Maternità di Gino Severini.

severini

 Se da un lato richiama apertamente la Madonna del latte medievale, dall’altro il soggetto è estremamante quotidiano. L’opera ritrae il suo stesso figlio, Antonio, che nasce e muore nello stesso anno dell’opera, 1916. Stupisce quanto un’opera cosi essenziale possa trasmettere un fortissimo effetto in chi la osserva: la madre ha un tono cupo, forse presagio di ciò che sarebbe successo di lì a poco. Eppure una qualsiasi madre che si trovi ad osservarla, ritrova se stessa e il suo bambino; rivede in quel gesto, magari ormai lontano nel tempo, la nostalgia di quando il contatto con il figlio era naturale e semplice. Forse una madre proverà nostalgia per non poter più stringere il suo bambino al suo petto tra le proprie braccia.

Altrettanto intima, ma di tutt’altro periodo e stile, è Le due madri di Giovanni Segantini (1889).

Segantini-le-due-madri

Qui troviamo due maternità, l’umana e l’animale. Siamo in una stalla alla luce soffusa di una lanterna che si irradia sulle figure e si diffonde su tutto l’ambiente. Proprio la luce suggerisce una sorta di religiosità nel gesto delle due madri, legate dalla medesima umiltà in quanto creature della terra. Lo stesso ambiente angusto sottolinea l’aspetto sentimentale e pittorico del gesto. E’ degno di nota come le due presenze siano accomunate dallo stesso antico mistero, come a sottolineare che l’istinto materno non abbia differenze nell’uomo e nella bestia, ma sia sentimento comune a tutti gli esseri viventi.

Dunque, oltre la grandezza di Maria e del suo sacrificio di madre, esiste anche un linguaggio artistico in cui la madre e la maternità ritornano nell’intimità domestica, rappresentando il vincolo naturale e indissolubile che lega la donna al figlio, il “ventre” al ”frutto”, fusi in origine e destinati a divenire entità distinte. Un legame che non si spezza, ma che allo stesso modo non imprigiona; un vincolo che lascia che due corpi siano ognuno, nella propria fisicità e spiritualità, liberi eppure uniti.

Non sono ancora madre, ma sono figlia e credo che sia questo il più profondo mistero della maternità: per quanto i figli possano essere egoisti e ingrati, ribelli e irriconoscenti, si nasce con un debito verso chi ci ha amati prima di conoscerci e ci ama ancora di più nonostante i nostri difetti e imperfezioni.

Il mistero è nell’Amore che viene donato senza reciprocità, senza restituire mai quel debito, anzi procedendo sempre più lontani da quel ventre che ci ha accolti e che ora ci lascia liberi di percorrere la nostra strada.

Per ogni bambino che perde la propria madre e per tutte le madri che sopravvivono ai propri figli, per gli addii che la vita riserva a questo profondo Amore, esiste un abbraccio eterno in cui le anime rimangono unite e che neppure le atrocità del mondo moderno possono spezzare.

di Alessia Alicata

 mal ale

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

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