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Il 25 maggio 1810, ultimo giorno della Semana de Mayo, uno splendido sole spuntò nel cielo di Buenos Aires. Un segnale di buon auspicio per gli abitanti della città i quali si riversarono in Plaza de la Victoria per chiedere l’istituzione della Primera Junta: un  passo sulla strada dell’indipendenza dalla Spagna che  arriverà nel luglio del 1816.
Quello splendido Sol de Mayo che capeggia al centro della bandiera argentina e che rappresenta Inti, il dio sole degli Inca.
Plaza de la Victoria fu ribattezzata Plaza de Mayo e, per il primo anniversario della rivoluzione, lì venne eretta la famosa Piramide, il monumento più antico della città, sulla cui cima capeggia la Libertà: una guerriera armata di lancia e scudo che guarda verso la Casa Rosada, sede della Presidenza argentina.
La Piramide si eleva per più di 18 metri al centro di un cerchio bianco, diviso in spicchi, tracciato sulla pavimentazione scura: all’interno di ogni spicchio, il disegno di due, tre fazzoletti annodati.
Un fazzoletto bianco, il simbolo delle madri di Plaza de Mayo, le mamme dei desaparecidos: vittime della dittatura di Videla che governò l’Argentina dal 1976 al 1981 e che è stato il responsabile di crimini contro l’umanità. Condannato a due ergastoli e cinquanta anni, scontò la pena solo nell’ultima fase della sua vita terminata nel 2013.
Il “Processo di Riorganizzazione Nazionale”, così come lo definì lo stesso dittatore, ha comportato la sparizione di circa quarantamila persone di cui solo novemila risultano oggi accertate dalla Comisiòn Nacional sobre la Desapariciòn de Personas. Fondata nel 1983, nel 1984 CONADEP produsse il rapporto Nunca màs: il documento che contribuì all’istituzione del processo contro la giunta militare.

Facciamo un passo indietro.

Il 30 Aprile 1977 quattordici donne si presentarono in Plaza de Mayo per chiedere dove fossero i loro figli.

Dove sono?
Dove li avete portati?
Cosa hanno fatto?
Cosa avete fatto loro?

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Tra loro Berta Braverman, Haydée García Buelas, María Adela Gard de Antokoletz, Julia Gard, María Mercedes Gard, Delicia Córdoba De Mopardo, Pepa Noia, Mirta Baravalle, Kety Neuhaus, Raquel Arcushin, Sara De Caimi e Azucena Villaflor de De Vincenti.
Quattordici donne si presentarono davanti alla Casa Rosada: in testa, un pannolino di tela.
Su di loro, l’ombra della Libertà.
Su di loro, la scure della prepotenza.

In seguito al primo incontro, Azucena Villaflor de De Vincenti venne arrestata e detenuta nelle prigioni segrete dell’ESMA (Escuela Superior de Mecánica de la Armada, il centro di detenzione e tortura del regime). Le sue ceneri, insieme a quelle di altre due madri, vennero deposte sotto alla Piramide di Plaza de Mayo nel dicembre del 2005.
Nonostante gli arresti e le sparizioni, a partire dal 30 Aprile del 1977, tutti i giovedì le mamme hanno continuato a incontrarsi e a marciare in circolo attorno alla Libertà. Ogni giovedì, per mezz’ora quelle mamme hanno continuato a rivendicare a voce alta il diritto di sapere, il diritto alla giustizia, il diritto di essere madri, nonne. Sì, perché tra i desaparecidos ci sono anche i figli dei desaparecidos. Nell’agghiacciante conta degli scomparsi sono compresi i destini di migliaia di bambini resi orfani, strappati ai loro cari e dati in adozione a famiglie vicine al regime.

Le mamme e le nonne di Plaza de Mayo continuano a camminare in circolo per ricordarci che la Storia si ripete. Bisognerebbe riuscire a capire su quali passi tornare e quali passi dirigere, invece, verso nuovi orizzonti e sentieri non ancora tracciati e percorsi di tolleranza. La rivendicazione, la lotta, la sete di verità continuano a muoversi sulle loro gambe e da quel cerchio bianco disegnato in terra si aprono spiragli, raggi di luce.
Le mamme di Plaza de Mayo continuano a mostrare i volti dei propri figli chiedendo risposte ancora lontane dalla natura delle loro domande perché se un unico uomo è stato capace di ordinare una tale mattanza, tanti altri hanno eseguito i suoi ordini. Altri poteri, nascosti e vigliacchi, hanno concesso ai deliri di un singolo di cancellare una generazione.

Studenti, figli.

Lavoratori, sognatori.

Giovani, genitori.

Morti?

Scomparsi. 

Dove li avete portati? Dove sono? Perché non possiamo vederli? Cosa hanno fatto? Cosa avete fatto loro?

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Un mattino, prima ancora dell’alba, una donna spalanca gli occhi nel buio e lo sa. Ha fatto i conti a mente mentre i suoi occhi si abituano all’oscurità: tre settimane di ritardo. È incinta. Nel suo ventre c’è un agglomerato di cellule che tra poco, se vorrà, diventerà Vita. Nel suo ventre un piccolo pezzo di carne inizia a succhiare da lei il sostentamento che lo farà diventare bambino.
Lei, la madre, comincia a notare i segni della trasformazione: la pancia si gonfia, un dolore che sa di strappo alle viscere prepara il corpo ad ospitare la crescita del feto. Si sente stanca, gonfia, i capezzoli diventano scuri. La notte non riesce a dormire; quello che prima digeriva senza difficoltà, ora le dà nausea. Vomita. La vescica pulsa e non trattiene la pipì molto a lungo. Ha sete. Ha fame ma non sa cosa mangiare per non vomitare ancora. Ha gli occhi segnati, è stanca. Quando finalmente riesce a prendere sonno, viene svegliata dai crampi alle gambe.
Al quinto mese il male alla schiena è una costante. Se sta seduta, deve mettere un cuscino contro lo schienale della sedia. La sua vagina secerne un liquido bianco, spesso. Al sesto mese i suoi seni sono ancor più duri, enormi, tesi. Inizia a sentire dei crampi al ventre: piccole contrazioni che la preparano a ciò che dovrà avvenire.
L’ultimo mese di gravidanza è quasi giunto al termine e la mamma sente di non avere abbastanza spazio dentro sé per quel figlio che la sta mangiando da dentro. La pancia è tesa, tirata, il suo corpo non è più suo ma di un altro. Dorme, quando riesce, su un fianco. Poi deve cambiare posizione ma non può far altro che stare supina finché la schiena non riprende a dolorare. Le sembra di impazzire dal prurito che si spande su tutto il corpo. Non riesce ad allacciarsi le scarpe. Se qualcosa le cade in terra, raccoglierla diventa impresa da contorsionista spericolato.
Un giorno qualcosa si rompe: all’improvviso quel figlio a lungo protetto, chiede di uscire dal suo mondo acqueo. Da lì è un fiume in piena di sangue, pezzi di sé, lacrime. Dolori lancinanti. Morirà? Urla.
Altri, intorno, dicono che ci sono passate tutte, dall’inizio dei tempi. Può farcela anche lei. Non deve lamentarsi ‘ché quel figlio è una benedizione del cielo. Sì, un figlio lo è ma vorrebbe comunque che glielo strappassero via, in fretta. Basta soffrire.
Invece quello è il dolore che rimane e diventa amore completo, che lega così tanto la madre al figlio da rinnovarsi tutti i giorni. Ogni volta che il futuro si presenterà a batter cassa. Quello strappo nel ventre lei, la madre, lo sentirà ogni volta che suo figlio verrà deriso, umiliato, straziato. Per ogni suo dispiacere, per ogni lacrima.

Niente vince l’amore di una madre. 

Le mamme e le nonne di Plaza de Mayo continuano a camminare in circolo per ricordarci che la Storia si ripete.

Dove li avete portati? Dove sono? Perché non possiamo vederli? Cosa hanno fatto? Cosa avete fatto loro?

Ho iniziato ad interessarmi alle vicende della dittatura cilena e, col tempo, ho continuato a informarmi sulle sorti dei popoli dell’America del Sud violentata dalle dittature appoggiate dagli Stati Uniti d’America durante gli anni ’70.
Un appunto per chi fosse interessato ad approfondire il lavoro delle madri: nel 1986 l’associazione si scisse in Asociaciòn Madres de Plaza de Mayo e Madres de Plaza de Mayo – Lìnea Fundadora a causa delle divergenze sorte a proposito della possibilità di accettare un risarcimento a fronte delle perdite subite.
La Lìnea Fundadora trova la propria forza nel principio secondo cui non possa esistere un futuro senza memoria per cui è necessario battersi contro le ingiustizie mantenendo nel presente un legame stretto col passato attraverso lo studio e la comprensione dei presupposti economici e sociali che portano alla sovversione degli equilibri sfociando nelle più becere tirannie.
La Asociaciòn Madres de Plaza de Mayo ha intrapreso, invece, un percorso che si esprime attraverso il concetto di socializzazione della maternità: un processo di acquisizione della consapevolezza di essere Madre che le ha portate a battersi contro ogni ingiustizia, in difesa di ogni figlio.

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di Cristina Monasteri


Un indissolubile fil rouge lega le madri di Plaza De Mayo a quella parte del mondo che non si arrende, che lotta ogni giorno per i propri diritti: salute, lavoro, uguaglianza. Sembrerebbe alquanto scontato, ma basta guardarsi intorno per comprendere che si è ancora fin troppo lontani dal garantire quantomeno i primi tre diritti su cui si dovrebbe basare una società. Nello specifico vorrei far rifermento ad una comunità, che ereditando la manifestazione silenziosa delle madri di Plaza De Mayo, ha voluto gridare a gran voce la gravosa situazione che la rende schiava di un compromesso.

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Lo scorso 28 Aprile ad Augusta, una città in provincia di Siracusa, si è tenuta una marcia silenziosa dei cittadini guidati dall’instancabile Don Palmiro Prisutto, che dal cimitero è giunta alla Piazza del Duomo. Ognuno teneva legato in testa o al collo un foulard con scritto il nome di un proprio caro morto per cancro sul foulard di colore bianco o malato di cancro su un foulard di colore giallo. Giunti alla Piazza del Duomo questi ultimi sono stati stesi per terra insieme a delle candele accese simbolo che la gente non dimentica le “vittime del disastro ambientale e del progresso”. Il compromesso a cui questa città deve sottostare si riassume in una frase: “meglio morire di cancro che di fame”. Proprio qui, infatti, sorge il polo petrolchimico più grande d’Europa – luogo in cui la maggior parte dei cittadini è impiegata – colpevole di aver compromesso la fauna, la flora, la catena alimentare e la vita di chi qui sperava di morirci sì, ma col sorriso della vecchiaia. Augusta è oggi uno dei paesi in Italia con il maggior numero di nascite di bambini malformati e un numero elevatissimo di morti e malati di cancro. Quei foulard stesi sull’asfalto della piazza sono il simbolo di una città che non si arrende, che rivendica il diritto a riavere la bellezza della propria terra e a poterci vivere nel pieno e vero senso della parola VITA.

Colgo le parole di Don Palmiro Prisutto al quale va sempre tutto il mio sostegno e la mia stima: “Se dovessi morire di cancro sarebbe un omicidio”.

di Claudia La Ferla

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