Tag

, , , , ,

Come susine acerbe

Come mi chiamo dici? Non so, non ricordo più. Che domande mi fai, certo che tra studiare e giocare io preferivo giocare, mi piaceva giocare e ridere era bello. Giocavo a fare la mamma alla mia bambola, giocavo a fare la sposa con le lenzuola del letto. Poi, un giorno, mi hanno vestita a festa. Mi hanno messa accanto ad un signore che non conoscevo. E io non capivo. La mamma ha usato tante volte la parola dovere: devi fare quello che ti dice, devi obbedire. Mi hanno tolto la bambola. E io ho pianto. Mi hanno detto che se facevo la brava, presto avrei avuto una bambola più bella, anzi: tante bambole più belle, che avrebbero pianto veramente e potevo dargli da mangiare, proprio le bambole che avevo sempre desiderato! Quando la festa è finita, quel signore ha detto che ero sua moglie e che ora ero grande. E non capivo. Perchè? Perchè quando giocavo a marito e moglie, mio marito era il mio compagno di banco e lui faceva quello che gli ordinavo di fare io! Questo signore, invece, era più vecchio di mio papà. Ho iniziato a piangere e pestare i piedi. Mi ha dato uno schiaffo e mi è uscito sangue dal naso. Mi è colato tutto sul muso e ha macchiato il vestito, la mamma si sarebbe arrabbiata per le macchie. Lui mi ha bloccato le mani e ho sentito quel rumore che mi faceva venire la pelle d’oca ogni volta. Quale? Hai mai provato a spaccare in due con le mani una susina acerba? Quando le strappi a forza dal ramo e sono ancora aspre e senza succo? Quel rumore là. La pancia mi ha fatto male, tanto male. Che dolore era? Hai mai mangiato tanto da sentire i gatti rincorrersi con i topi dentro la pancia? E poi mi sono fatta la pipì addosso. Era calda, tanto calda e bruciava mentre mi bagnava in mezzo alle gambe. La mia pipì era tutta rossa. Ha macchiato tutto. Il mio vestito era sporco. La mamma si sarebbe arrabbiata tanto perchè mi ero rifatta la pipì addosso e avevo sporcato anche il letto. La pancia mi faceva così male che ho vomitato. E poi basta, non ricordo più niente. Mi hanno raccontato un sacco di bugie. Non ho avuto bambole più belle della mia. Rivoglio la mia bambola. Tu l’hai vista la mia bambolina? Anche se non piange. Dov’è la mia bambola? No, la mamma non mi ha punito, veramente la mamma non mi ha detto niente, perchè non l’ho più vista, veramente non ho più visto nessuno, anche quel signore che mi ha fatto male. Cosa avrei voluto fare da grande? Io non sono mai diventata grande.

 di Ornella SugarRay Lodin

racconto

 

Canditi Amari

Non capiva a cosa potesse servire quel letto così grande. Le sembrava si sarebbe persa lì in mezzo. Sarebbe riuscita a ritrovarsi? Aveva sonno, era stata una giornata vorticante. Le sembrava di essere una trottola e quel vestito le impediva di girare come avrebbe voluto. Le si impigliava in quelle strane scarpe che sua madre aveva tirato fuori dal nulla, solo il giorno prima. Avrebbe voluto portare la sua bambola, quella parlante, quella che profumava di frutta e zucchero filato. L’aveva sempre con se. Quell’odore le restava sulla pelle e anche lei profumava di frutta candita e zucchero filato. Lo stesso che comprava al mercato con la mamma. Ma l’avevano obbligata a lasciarla in quel salone grande, il salone delle cerimonie lo chiamavano. C’era anche quel signore barbuto che lei non conosceva e che le aveva tenuto la mano per tutto il giorno. La sua mano sudata le aveva fatto arricciare il naso, ma lei era stata brava. Così le aveva detto suo padre. I capelli tirati le davano noia. L’incenso acceso le bruciava gli occhi. Aveva sonno. Aspettava sua madre. Le doveva mettere il suo pigiama con i coniglietti. Portarla a casa, nel suo lettino piccolo e metterle il pigiama. Sentì qualcuno dietro la porta. Finalmente sua madre col pigiama! La porta si aprì. Era l’uomo con la barba. Le sembrò di soffocare, come quella volta che aveva svuotato il suo baule dei giochi e vi si era rannicchiata dentro. Meno male che era arrivata sua madre ad aprire la cesta, facendosi largo fra i pastelli spezzati, il coniglio azzurro, la bambola senza un braccio, i resti di un puzzle che le aveva regalato la maestra. Rimase in silenzio, mentre la carne le tremava così forte che era certa che si sarebbe staccata dalle sue piccole ossa. Quella notte il letto non era l’unica cosa enorme che le entrò nell’anima. Rompendola, stracciandola, assottigliandola. Lei in quel letto non si ritrovò, ma l’uomo con la barba trovò il centro che lei non sapeva di avere. Si era persa lì in mezzo. Si era rotta, come la sua bambola rotta. E questa volta sua madre non era arrivata.

 di Roberta Indelicato

indelicato

*Photo copyright: Alessandra Lucca che potete seguire qui

Advertisements