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Si chiama Azienda Multiservizi Igiene Ambientale Torino S.p.A.
Per i torinesi è solo l’AMIAT e da torinese, ammetto: non avevo mai cercato il significato dell’acronimo, prima di questa mattina.

La notizia è del 23 Aprile e riguarda un accordo tra il Comune di Torino e l’AMIAT che consentirà ad alcuni rifugiati di prestare un servizio di volontariato riguardante il mantenimento della pulizia di alcune aree urbane.
Il progetto prevede una fase di formazione dei volontari, provenienti principalmente dal Pakistan e dalla Nigeria. All’inizio si trattava di una ventina di volontari, successivamente il numero di richieste è aumentato fino a raggiungere la quota di 27 partecipanti, fino ad ora. Presteranno il loro servizio per sei ore, ogni sabato, per dodici settimane. Poi, dovranno lasciare il posto ad altri volontari che, nel frattempo, verranno a loro volta formati dagli operatori dell’AMIAT.
Hanno iniziato a lavorare sabato scorso, vestiti della classica casacca gialla dell’AMIAT, quella con gli inserti catarifrangenti. Sulla schiena, i giubbetti portano una frase, nera e in stampatello: grazie Torino.

Immagini da parte di Alessandro Galavotti

Migranti ripuliscono città, ‘grazie Torino’

Fonte fotografia: Ansa 

Il loro modo per ringraziarci è pulire le strade, i giardini, i marciapiedi. Il loro modo per ringraziare la città dell’accoglienza loro dimostrata è prestare il loro lavoro. Si sa da tempo ormai: il lavoro nobilita l’uomo.
Queste persone, questi uomini, sono nel pieno delle loro forze e hanno il desiderio di impiegarle a favore della comunità.

Quanti di noi, anche se disoccupati, impiegherebbero il loro sabato per spazzare gratuitamente i marciapiedi della propria città?

Quanti di noi hanno un così forte senso civico?

Quanti di noi riescono a comprendere quanto sia importante la restituzione del Bene ricevuto affinché generi Bene comune?

Quanti di noi riescono ad accettare la verità per cui chiunque arrivi è una risorsa, qualora valorizzata e ben impiegata, e non un problema?

Quanti ancora riescono a capire che non sono troppi “loro”, siamo “noi”, quelli pallidi, a non essere preparati.
Quanto spesso sentiamo dire: Certo, non riusciamo a offrire servizi a sufficienza per “noi”, figuriamoci per “loro”.

Finché continueremo a fare distinzioni tra noi e loro, finché non ci considereremo un’unica popolazione che abitante sullo stesso pianeta, la ricchezza mancherà per tutti.

di Cristina Monasteri

 

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