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*La storia degli ebrei danesi è una storia sui generis, e il comportamento della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro paese d’Europa, occupato o alleato dell’Asse o neutrale e indipendente che fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori.

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Quando i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi.

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I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i profughi, in quanto apolidi, non erano più cittadini tedeschi, i nazisti non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelò un buon pretesto, anche se naturalmente non fu per il fatto in sè di essere apolidi che gli ebrei si salvarono, ma perché il governo danese aveva deciso di difenderli.

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Gli ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa che fu molto facile perché, come si espresse la sentenza, “tutto il popolo danese, dal re al più umile cittadino”, era pronto a ospitarli.

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Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e così si fece con l’aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa più stupefacente di tutte, perché negli altri paesi gli ebrei pagavano da sè le spese della propria deportazione […] e quindi le possibilità di fuggire, per i poveri, erano nulle.

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L’aspetto politicamente e psicologicamente più interessante di tutta questa vicenda è forse costituito dal comportamento delle autorità tedesche insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che giungevano da Berlino. Da quel che si sa, fu questa l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro “durezza” si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po’ di vero coraggio.*

La banalità del male, Hannah Arendt

DENMARK-NAZI-JEWS

*foto presa da Der Spiegel dove un articolo in inglese ripercorre l’anomalia danese


Durante la Seconda Guerra Mondiale la Danimarca diede filo da torcere ai tedeschi e al  progetto di sterminio nazista. Fra l’altro questa pacata ribellione giunse inattesa e quasi sottovalutata. Pertanto si rivelò essere ancora più incisiva. A Pasqua del 2013 ero da sola in giro per Copenhagen e, quasi per caso, mi sono imbattuta nel Museo Ebraico progettato da Libeskind. Con il testo della Arendt in mente, sono entrata per capire cosa ci fosse ancora da sapere. Oltre alle testimonianze canoniche della persecuzione nazista simboleggiate da lettere, spazzole, valigie e oggetti personali, c’era una mostra temporanea che parlava di bambini. Bambini ebrei abbandonati dalle proprie famiglie in fuga e affidati a contadini o allevatori danesi che, godendo di un relativo isolamento derivante dalla vita in campagna, poterono accogliere queste  nuove vite senza destare troppi sospetti. La mostra raccontava la vita ordinata condotta da queste creature destinate a una morte atroce, ma sopravvissute grazie alla rivoluzione amorevole di chi le accolse. C’erano foto con torte di compleanno, pagine di diari, alcuni minuti di video girati. C’erano grembiulini, bambole e giocattoli vari. E c’erano i racconti di quando la follia aveva smesso di infuriare e la vita tentava di riprendere normale. C’erano le storie dei sopravvissuti all’orrore che tornavano indietro per recuperare i propri figli e le storie delle famiglie danesi che “restituivano” quei figli che non avevano partorito, ma avevano salvato. Sembra impossibile scorgere questa Danimarca, coraggiosa e luminosa, in quella a tinte fosche ritratta dagli ultimi avventimenti che la riguardano. Sembra assurdo che la Danimarca -che nel 2016 vara una legge per privare i profughi in entrata dei loro beni superiori a 1.450$, ad eccezione di quelli che hanno un valore affettivo- sia la stessa che pagava di propria tasca per la salvezza degli ebrei perseguitati. La Danimarca che negli anni 40 nascondeva gli ebrei, minacciando le dimissioni dei propri ministri qualora venissero approvate leggi discriminatorie, oggi processa per traffico di esseri umani attivisti pacifici che hanno la sola colpa di volersi attenere a una eredità oltraggiata di solidarietà e non-violenza.

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Come ricordato dalla Arendt, su questa storia bisognerebbe riflettere senza sosta per soppesare le nostre responsabilità passive e per non sentirci mai troppo piccoli per poter cambiare le cose. Ma soprattutto per capire che la Vita ha leggi proprie che oltrepassano il tempo, lo spazio e l’arroganza umana.

di Maria Grazia Patania

 

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