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Ha 21 anni Yusupha Susso. Viene dal Gambia, il più piccolo Stato del Continente Africano.
Chi lo conosce lo descrive come un ragazzo straordinario che nella sua breve vita (è nato nel 1995) ha affrontato tragedie immani. Ha attraversato l’Africa del Nord, il mar Mediterraneo ed è approdato a Palermo. Parla diverse lingue e grazie a ciò lavora come mediatore culturale presso il Tribunale. Ama l’Italia. Ama studiare, conoscere, apprendere. Ama cantare. Yusupha, infatti, è un cantante nomade, un jali. Non è un Africano, non ha la pelle nera, non parla una lingua diversa dalla nostra. Yusupha è semplicemente un nostro fratello, ha i nostri stessi valori e desideri per questa terra maledetta.
Sabato pomeriggio si trovava con alcuni amici in un vicoletto che sfocia nella più centrale via Maqueda. Era un sabato caldo e assolato, la città un fermento di persone, l’aria primaverile lieve e ricca di spensieratezza. Stava passeggiando tranquillamente Yusupha, forse stava canticchiando con la leggerezza tipica dei suoi venti anni.
Leggo sui giornali cartacei la ricostruzione degli eventi fatta dalla Polizia, sulle testate online visiono il video dell’accaduto: un ragazzo ventottenne, bianco, palermitano, pregiudicato, interviene in una rissa scoppiata per futili motivi e spara a Yusupha un colpo che gli attraversa la testa.

Yusupha oggi è in coma farmacologico, lotta fra la vita e la morte.

Fuori, per le strade panormite, gli “amici” del Pregiudicato continuano i loro raid nei confronti degli Immigrati per marcare il territorio perché, secondo il Questore Nicola Longo, c’è la chiara volontà di alcune famiglie di Ballarò di dimostrare e sottolineare il loro potere. Gli “altri” devono subire le angherie, prendere schiaffi e pugni, ricevere insulti senza aprire bocca.
Quanto successo non è ascrivibile ad un episodio isolato di razzismo, ma rientra in un quadro sociale molto più ampio che io stessa fatico a comprendere con estrema chiarezza.
Quel che so è che Yusupha era stanco di dover subire, stanco di dover abbassare lo sguardo. Quel che so è che tutti noi, insieme a Yusupha, dovremmo smettere di chiudere gli occhi e di girare lo sguardo.

UPDATE:
Yusupha e la comunità panormita si sono risvegliati: il primo dal coma, la seconda dal dormiveglia nel quale era piombata. Sabato 9 Aprile, infatti, si è tenuta una manifestazione per le strade di Ballarò contro ogni forma di prevaricazione e violenza.

di Simona D’Alessi

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Photo Copyright: Francesco Faraci

 

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