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Il 20 Marzo è entrato in vigore un nuovo accordo fra UE e Turchia per disciplinare la gestione di chi arriva sulle isole greche. Subito dopo la stipulazione di tale accordo è partita la guerra di opinioni su internet. Ormai vengo a conoscere prima le reazioni, le opinioni che i fatti. Fra l’altro ho cercato di reperire l’accordo in questione sperando nella buonafede dei solerti commentatori… Ma niente. Rimandi e rimbalzi ad altri articoli, fiumi di altrui opinioni ma del testo originale nessuna traccia. Alla fine sono riuscita a trovare questa dichiarazione ufficiale e ho pensato di mettere insieme le mie conoscenze per cercare di capire il contenuto. Ho anche coinvolto una dottoranda in diritti umani per avere maggiori ragguagli in materia e di cui riporto un commento a fine testo. Oltre la traduzione, infatti, mi premeva fare una riflessione sul termine centrale di questo testo “return”.

Posto che sicuramente non sarà un rientro dalle vacanze, mi sono interrogata su come tradurlo al meglio e ho consultato varie volte la banca terminologica europea: IATE. Da qui emergono due significati principali:

  1. Rientro
  2. Rimpatrio, che ricorre più frequentemente soprattutto restringendo i criteri della ricerca a domini quali: Migrazione; Relazioni Internazionali; UE (dove si registrano entrambe le traduzioni); Diritto. Una return decision, ad esempio, è inequivocabilmente una decisione di rimpatrio.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta / IOM

Rimpatrio, dunque. Che etimologicamente e a digiuno di conoscenze di diritto sarebbe un rientro in patria. In Siria quindi per molti. Sotto le bombe, dunque. A quel punto ho fatto un ulteriore passo indietro e ho consultato il Manuale sul Rimpatrio, con particolare attenzione per il punto 1.3 in cui, oltre a specificare dove si verrebbe rimpatriati, si sottolinea la rilevanza del fattore volontario da parte del rimpatriando (returnee): la persona da ricollocare deve esprimere consenso rispetto alla meta. Unica eccezione: se il paese di destinazione è membro della UE, non si può parlare di rimpatrio, bensì di rinvio, trasferimento. Dunque le mie titubanze traduttive erano giustificate.

Il quadro legislativo verte sulla Direttiva sul rimpatrio che: “stabilisce norme e procedure comuni da applicarsi negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, nel rispetto dei diritti fondamentali in quanto principi generali del diritto comunitario e del diritto internazionale, compresi gli obblighi in materia di protezione dei rifugiati e di diritti dell’uomo”. All’Articolo 5 e altrove nel testo si parla di Non-refoulement, interesse superiore del bambino, vita familiare e condizioni di salute e si vietano esplicitamente respingimenti (refoulement per l’appunto), pratiche degradanti per la dignità e violazioni del diritto internazionale consolidato.

Tuttavia, volendo rimandare a documenti meno settoriali, basterebbe fare riferimento alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 dove all’Articolo 19 si sottolinea inequivocabilmente che: 1. E’ vietato effettuare espulsioni collettive; 2. Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato in un paese in cui esista un rischio reale di essere sottoposto a pena di morte, tortura o altro trattamento o pena inumano o degradante.

Insomma, sbandieriamo garanzie che non manteniamo. Perché non credo che facendo mettere al mondo una creatura dentro una tenda, lavandola sospesa sul fango con una bottiglia d’acqua esposta alle intemperie si rispettino i diritti umani, gli interessi superiori del bambino e si evitino trattamenti inumani o degradanti. Non rispetta la dignità di nessun essere umano.

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta / IOM

Peculiare è anche il fatto che, cambiando ambito, il termine return indichi un ritorno economico, un rendimento. In effetti, discutendo di profughi in generale, si ha spesso la sensazione di parlare di cassette di mele in eccedenza. E alcuni passaggi del testo ricordano effettivamente delle transazioni economiche.

Con questa mia riflessione non penso di fugare dubbi, dare lezioni o trovare soluzioni prêtes-à-utiliser. Tutto il contrario: vorrei invitare a ragionare, a porsi domande, a non accettare per buone le minestrine annacquate che ci vengono proposte, a cercare le fonti di quello di cui parliamo e a impegnarci alla comprensione piuttosto che dissimularla pretestuosamente.

Le uniche cose che so per certo sono le condizioni inaccettabili in cui versano i migranti, condizioni in ragione delle quali UNHCR e MSF si sono tirati fuori dalla gestione dei nuovi campi pensati per nascondere gli scarti delle guerre che ci rifiutiamo di riconoscere come nostre. Altro punto cruciale: il comunicato stampa rilasciato il 19 Marzo relativo all’accordo valido dal giorno seguente elenca una serie di provvedimenti da adottare al fine di garantire i suddetti diritti a partire da 4000 membri dello staff necessari per vagliare le singole istanze.

Dove sono?

Di Maria Grazia Patania

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*Photo Copyright: Francesco Malavolta / IOM

Leggendo il comunicato stampa, ho pensato anche alla questione dei respingimenti operati dall’Italia verso la Libia e condannati dalla Corte di Strasburgo (sent. Hirsi et alii c. Italia del 2012). La questione riguardava proprio il divieto generale di non refoulement, che non è soltanto previsto dalla convenzione di Ginevra del 1959 ma è anche un diritto consuetudinario. Pertanto vincola tutti, non solo quelli che hanno firmato la convenzione. Vincola l’UE e tutti i suoi Stati Membri e pure gli stati terzi. Allora l’Italia disse che il respingimento era lecito in quanto la Libia aveva firmato la convenzione e tutelava quindi i diritti dei richiedenti asilo. Ma la firma sola, disse la corte, non è mezzo sufficiente per stabilire se il paese in questione rispetta davvero i diritti di cui sono titolari i rifugiati. Condannò quindi l’Italia. Stavolta l’azione più o meno si ripete, più burocratizzata e senza Maroni al Ministero degli Interni. Ma la sostanza a me sembra la stessa, ossia il tentativo di istituzionalizzare e “neutralizzare” un atto che molto probabilmente verrà sanzionato dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, in quanto sia l’analisi rapida delle richieste d’asilo, sia il “rinvio” in Turchia (o altrove) a me sembrano ovvie violazioni del Diritto Internazionale e del Diritto Internazionale Umanitario. Illudiamo il governo turco dicendo che riattiveremo i negoziati, faciliteremo l’accesso al nostro territorio in cambio della accettazione di un’ennesima violazione dei diritti umani, il tutto senza nemmeno tentare di salvare le apparenze e inserire una clausola che riguarda il rispetto dei diritti dei cittadini turchi, delle minoranze, dei migranti, oltre che dei richiedenti asilo.

Di Gaia Tascioni

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