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Il legame tra la donna e il cinema rischia spesso di ridursi al ruolo delle attrici ingabbiato tra gli stereotipi del divismo passato e del glamour presente, dando quasi per scontato che concetti quali la bellezza e il desiderio implichino necessariamente uno sguardo maschile. Se si rompe questo luogo comune, si superano certi modelli culturali e si articola un’analisi più profonda, si può arrivare a distinguere una triplice dimensione attraverso cui la donna è stata protagonista nella storia del cinema e nella definizione di codici non solo estetici e narrativi, ma anche sociali e culturali, ossia il piano attoriale, spettatoriale e autoriale.

La centralità delle donne nella storia del cinema diviene fondamentale, quindi, non solo quando appaiono sullo schermo in quanto costituiscono la metà delle audience cui si rivolgono i film ma anche per il ruolo chiave nel decretare il successo commerciale e  orientare i gusti, la produzione industriale e di conseguenza le scelte produttive e narrative, permettendo ai film un reale successo e la diffusione nell’immaginario collettivo. Questo evidenzia una complessa “rivoluzione” del ruolo che le spettatrici hanno svolto per la propria emancipazione identitaria. In questa prospettiva, il fenomeno del divismo va riletto in modo più articolato, senza essere ridotto a pura costruzione commerciale da parte dell’industria cinematografica. Basti pensare all’evoluzione che il femminile ha avuto lungo il corso della storia della settima arte, mi riferisco alla complessità delle dive e della loro evoluzione nel corso degli anni, in cui dalla pin up si è passati a modelli di donne alternative, con figure intelligenti e ambiziose, mai subalterne. In questa prospettiva, in sintesi, la linea Jean Harlow, Marilyn Monroe, Gina Lollobrigida, Sofia Loren è parallela alla linea Bette Davis, Joan Crawford, Katherine Hepburn, Anna Magnani, fino a una sintesi contemporanea come Angelina Jolie, non a caso perfetta per una post-diva come Lara Croft.

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Assolutamente fondamentali per questo approccio analitico sono stati i cultural studies, in particolare i gender studies e l’importanza che dagli anni settanta ha rivestito la definizione della Feminist Film Theory come nuovo sguardo attraverso cui rileggere il cinema. Molto si deve in tal senso a Laura Mulvey critica e studiosa cinematografica in quanto il suo lavoro costituisce una pagina importante dell’attività teorica e politica delle femministe anglosassoni. L’innovazione degli studi della Mulvey esplicati all’interno de Piacere visivo e cinema narrativo del ’75, risiede nell’esigenza di un nuovo sguardo: guardare un film sia dal punto di vista dell’immaginario che del linguaggio e vedere come la loro fusione produce senso. La Mulvey fa una analisi semiotica in congiunzione con una analisi psicanalitica ma dal punto di vista femminile rifiutando che esista un punto di vista universale. Ha, dunque, individuato una connessione tra l’oppressione sociale delle donne e il linguaggio della mediazione culturale interrogandosi sul perché e sul come le disuguaglianze di genere vengano reiterate e rinforzate nell’arte, nel cinema e nella pubblicità. Ciò che ne viene fuori è una lettura di genere, ma il punto di partenza è un semplice interrogativo: da cosa è dovuto il piacere visivo nel cinema narrativo? L’applicazione che la studiosa fa della psicoanalisi freudiana mette in evidenza come la differenza sessuale sia in realtà frutto di una costruzione e per questo artificiale.

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Le immagini sessuate delle donne non rappresentano la realtà delle donne; esse sono, invece, il prodotto dell’inconscio maschile, che proietta le sue fantasie e ansie sull’immagine femminile. Il piacere visivo è dovuto al fatto che il cinema narrativo attiva il voyeurismo nel vedere qualcuno che non sa di essere visto e un piacere narcisistico nel vedere proiettata nel personaggio la propria immagine. Ma non si ha lo stesso piacere nello spettatore e nella spettatrice poiché il cinema che si può definire classico rappresenta in modo diverso il maschile e il femminile provocando, così, una diversità di esperienza in sala. Questo perché il piacere è stato ascritto all’uomo e non alla donna, ovvero nel film classico si assiste a una scissione tra “attivo maschile” e “passivo femminile” in quanto il piacere non è destinato a tutti, ovvero il piacere di guardare è scisso in diversità di genere. Il personaggio attivo nel guardare è il maschile, il personaggio passivo (cioè il guardato) è il femminile. Il personaggio maschile porta avanti l’azione, quello femminile invece la arresta perché la sua funzione è essere guardata e attivare il desiderio maschile. Un film così strutturato permette solo all’uomo di identificarsi col soggetto maschile e “avere il piacere di possedere la donna sullo schermo”, cosa che rimane preclusa alla donna in sala. La teoria semiotica utilizzata dalla Mulvey permette, quindi, all’immagine di funzionare come segno di qualcos’altro, spostando l’attenzione dallo spettacolo delle donne all’inconscio maschile, proponendo il cinema come espressione di ingiustizie, desideri e tabù che strutturano e danno forma alla società patriarcale. In tal senso si interroga su come la spettatrice veda un film e si identifichi con un cinema che fa parte integrante del sistema patriarcale e che ha le sue radici nell’arte popolare e nella cultura di massa. Questa rivoluzione del pensiero che mette al centro la donna e l’attenzione per il contesto storico ha favorito l’emergere degli studi di genere: i Cultural Studies e la Queer Theory. La Mulvey è stata una figura centrale nell’imporre la Feminist Film Theory ed è rimasta sempre al centro della lotta politica delle donne. Le femministe hanno adottato molti metodi differenti nell’analisi del cinema tra cui l’analisi della funzione dei personaggi femminili nelle narrazioni cinematografiche o in particolari generi, come ad esempio il noir, in cui i personaggi femminili possono incarnare spesso una sessualità sovversiva o pericolosa per gli uomini e quindi sono infine puniti con la morte. Nel considerare quale sia il tratto comune nella lettura dei caratteri femminili nel cinema, molte teoriche femministe hanno individuato proprio nello “sguardo fisso maschile” un fattore predominante nell’industria cinematografica della Hollywood classica.

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La Feminist Film Theory è in tal senso la creazione di un nuovo spazio di indagine e costituisce il risultato della crescita numerica delle donne attive nel campo del cinema. Essa è, infatti, una vera e propria riflessione sul linguaggio – oltre che un metodo di lavoro, di codifica e di decodifica – che si interroga sul rapporto tra rappresentazione e differenza sessuale. È una disciplina che sta trasformando i canoni intellettuali e al contempo sta riflettendo un mutamento in atto nel pensiero nordamericano. La Feminist Film Theory non è affatto un fenomeno isolato o casuale, ma coglie ciò che è certamente uno dei punti focali dell’espressione culturale e artistica statunitense a partire dagli anni Ottanta diventando il sintomo e il simbolo di un fenomeno considerato d’avanguardia in atto in un terreno che va però ben al di là dei confini che le sono propri.

di Claudia La Ferla

(foto prese dal web)

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