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La poesia per omaggiare le Donne: ho scelto le voci poetiche e loro hanno scelto la voce da portare, la voce da far ascoltare.
Ad accompagnare le poesie ci sono le immagini di Cristina Rizzi Guelfi, giovane fotografa a cui sono molto legata. [post a cura di Antonella Taravella]

mare

In The Mirror di Alba Gnazi

Guarda dice,
guarda
ma preferisco l’odore
delle suole strusciate, il grigioperla
del disappunto, una porta verso
libertà senza cauzioni, come un
istante poesia tra le ginocchia

preferisco
un fiato corto con cui accorciare il cielo
accorciare il mondo che mi strema
accorciare la distanza dal suo riflesso
così concreto
da ustionarmi la voce

Guardami, dice ancora
come ci fossimo solo noi
a scongiurare la caduta del suolo in mare
o noi a contar piedi dopo una dipartita:

come non sapesse che
non ho mai amato il
coraggio d’esser vivi
nei fuori onda, a meno di avere
un buon vino.

Guardami: guarda noi
E guardo, sì: guardo:
bianchissima guardo
il suo bianchissimo pieno
guardo noi, lei
al mio posto e me
tutta intera, che
dal riflesso invocata
invoco e guarda, dico:
guarda.

monza

Gertrude, la Monaca di Monza di Enza Armiento

Sono la Monaca di Monza, GERTRUDE. SI’, proprio io!
Quella che conoscete dai libri, a cui …ehmmmmm….piacciono gli uomini, che…, se li porta in convento… e… profana il luogo di Dio. Ma di tanto in tanto anch’io sento il bisogno di inginocchiarmi e di pregare, poi piango la mia MALEDIZIONE.
Mio padre! La sua vita di imperio su di me esercitato, ha confuso carità con violenza.
Martino de Leyva, Signore di Monza, gentiluomo di rara qualità, ma soprattutto LADRO, dei beni e delle proprietà che mi appartenevano per diritto. Ha calpestato ogni mio diritto di libertà, prima ancora di nascere. Mi ha destinata al convento. Le mie bambole? Vestite da monaca! E come mi faceva chiamare dai miei fratelli? La “Madre badessa”
Ha distrutto la mia giovinezza, mi hai privato di ciò che la mia natura mi chiedeva: L’AMORE! Mi ha chiusa tra le mura di questo convento e io ora grido: “Maledetto il giorno, in cui hai messo incinta mia madre!”
Grido come quando per tener fede alla promessa che ho dovuto fare, mi fustigavo, DOVEVO placare l’ardore della carne, della mia gioventù.Sono state tante le notti in cui mi picchiavo a sangue e lui a godersi ciò che a me aveva tolto, mi aveva tolto! Il mio essere DONNA!Ma l’amore qui, mi ha scovata e Dio… mi guardava mentre lui mi amava. Io? guardavo il mio peccato. Mia figlia che ho dovuto nascondere, l’altro che mi aspetta di là, se un cielo, un giorno, mai per me ci sarà.

icona

Riduci a Icona di Patrizia Sardisco

Il passo altero elastico
ieratico animale di savana
serrato
[è indotto stretto]
costretto a un gioco d’anche
ed anche a un giogo: una sfilata.
Ti fermi, stai, ti volti, torni indietro.
Riduci a icona
il volto il corpo il gesto:
nell’immortale niente resta vivo.
Riduci a icona, e già
la posa è defilata
nell’angolo giù in basso

baronessa

Baronessa di Carini di Daniela Pericone (da Aria di ventura, Book Editore, 2005)

– Da dove venite, signora? -.
La voce, per quanto querula fosse,
le giunse come una fune
nel fondo di un pozzo,
un appiglio per riuscire
a considerarsi ancora viva.
Il suo aspetto non era dei migliori
così pallida e scarmigliata
come il dolore l’aveva resa,
scampata a una furia di uragano.
Poteva dirsi fortunata
di essere ancora lì a rimuginare
su di sé e addirittura sentirsi
rivolgere la parola da qualcuno.
Rispose con l’ansia di chi
non vuole deludere le aspettative:
– Vengo da Carini, e sto cercando
una stanza per la notte -.

La camera, che il padrone
dell’albergo le aveva destinato
con aria circospetta
mista a curiosità, era piccola
e ben tenuta e aveva anche il pregio
di non affacciarsi su una strada
affollata, ma su una radura
semideserta che dava l’idea
di non riempirsi nemmeno sotto
la canicola forte dell’estate.
Adesso, il soffio gelido
della tramontana dava enfasi
a quei cavalloni che le era sempre
piaciuto restare a guardare,
ogni inverno della sua stupida vita.
Perché da stupida lei aveva agito
finora e da ingenua, ma tant’è,
lo sanno tutti che bisogna graffiarsi
a sangue prima di imparare
che non conviene avventurarsi tra i rovi.
A vent’anni forse avrebbe potuto
virare, dare un colpo di reni
e incunearsi in quella serie
di combinazioni che la vita
dispone per seguire gli argini giusti.
Avrebbe dovuto lasciare i sentieri
conosciuti della sua terra
e senza clamori porre tra lei e gli altri
metri, chilometri, anni luce di distanza.
Perché già da tempo, chiusa dentro
un sogno che le parlava di continuo,
vagava lontana e straniera.
Invece era arrivato
come un accadimento ineluttabile,
determinato come l’avvicendarsi
delle stagioni o il susseguirsi
della notte al giorno, il matrimonio
della nobile primogenita dei Lanza,
quale lei era, con il barone di Carini.
Del tutto impensabile contrastare
la volontà di un padre come il suo,
un uomo talmente aduso al potere
da non aver bisogno di parole
per affermarlo, e poche volte
da quando era nata poteva dire
d’aver provato per lui qualcosa
di appena diverso dal terrore.
Ora che era morto in vece sua,
i suoi occhi così come il suo cuore
non conoscevano rimpianto, né rimorsi,
né quei rigurgiti di affetto che
la perdita di qualcuno comunque
fa sgorgare, come il getto di una fonte
riprende a fluire una volta rimossa
la pietra che lo teneva compresso.
Lui era stato ucciso
e lei era salva, e libera,
di una libertà tragica distesa
su una pozza di sangue.
Quello del padre, ma anche
quello del marito, e dell’amante.
I loro destini si erano intrecciati
scontrati, dilaniati, le mani armate
si erano confuse con quelle urlate
in difesa, gli intenti si erano
rimescolati, i ruoli scambiati,
le sorti capovolte.
Lei era la sopravvissuta,
l’unica, l’essere più solo al mondo.
Con monete di porpora il riscatto
della sua vita era stato pagato.

pancia

*

; una parola . basterebbe una parola rotta, anche . solo quella . una parola da svitare e vomitare dall’inizio della pentola a bollire ai capelli raccolti sulla guancia a pezzetti di quegli anni che proprio non mi riesce imbastire su questa carezza soffiata adesso che non ha volume la pioggia e le bancarelle del mercato e quella terrazza che ritorna e che non voglio tornare . una parola a smontare la gabbia di carne e umori e i panni stesi che non s’asciugano mai e stracciano l’immobile alternarsi della spinta, dentro dico . non puoi vederla tu ( da lontano ) la spinta e a me non riesce nominarla quella parola conficcata nella zona buia della pancia eppure così chiara da poterla gridare mentre si fa precipizio l’angolo dalle scarpe in questo cielo che si apre e possente brucia nell’intimo crepuscolo della mano . una parola . ne basterebbe una di rame o lana o roba vecchia da cercare tra cianfrusaglie di ognicchè la mattina di piazza marina con l’albero dalla chioma grande e le calze sfilate acqua dopo acqua per contrastare e raschiare a sera quel livido annodato con forza dall’orco che non era di racconto capitato nel bosco ma è di qui il segno apostrofato a calci che non vedi perché non puoi vedere gli squarci strozzati nell’accesso a una parola che nuota di fame dietro il cancello quando mi domandi dove ho lasciato la tenerezza e rimane disordine muto alle caviglie :

Daìta Martinez

lettere

LETTERA SENZA MITTENTE di Silvia Rosa (da Genealogia Imperfetta, La Vita Felice 2014)

Mia cara, sei, come si dice, un libro aperto, in cui leggo di tutte le notti che hai trascorso appesa al bordo sbeccato dell’alba, in attesa che il sole ti spunti su un fianco, ma il sole non viene, il sole è una mandorla fredda che tarda a fiorire, e allora tu ti raccogli in un pugno di frasi non dette e riponi i pensieri ordinati tra il lino sottile che punge e un cuscino imbevuto dell’eco di mare, morbido di silenzi sgualciti, dove metti a dormire i tuoi occhi e le mani e le labbra. Mia cara, sei, come si dice, una pagina bianca, in cui tutti vorrebbero scrivere qualcosa che resti, che tu impari a sorridere e a piangere e ad essere come ti chiedono, ma tu, che vuoi essere tu solamente, segni d’inchiostro la carne nascosta del seno con un punto e a capo, con un neo a cui manca la lettera in mezzo, e poi rotoli i fogli dei polsi testardi fino a stringere la linea decisa del giorno, un altro, e il tuo corpo ripiegato adesso si lib(e)ra mentre nuoti e galleggi nel tuo latte, nutriente indelebile e candido.

madre

Dietro a quel cancello il salice
ripara sacro nell’ombra il recinto
che ti fa corona e mantello
Madre-Madonna
Sirena-Medusa di pietra
scolpite a culla le braccia
fermo al petto il sospiro lungo quanto i miei ricordi
“Venite a me bambine, venite a me”
cantavi muta ai miei giorni innocenti.

Ora Madre che senza paura posso
guardarti dritta e non impietrare,
sciogli dal velo gli occhi
concedi ai fianchi le lunghe braccia

siedi in terra, madre
liberati dalla grazia
ed in pace riposa

Claudia Brigato

quinta

la quinta stagione di Antonella Taravella

questo farmi donna
nella preghiera del sole
lentamente squarciata dalla voce
carne

donna che non crede nella memoria
mano aperta sulla pancia che non piange
la terra sazia l’uncino delle parole
solitarie

ammaestrata dalla salsedine
un filo di perle nel farmi bella di nuvole
essere
donna
spaventa il buio

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