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29 Giugno 1987

Caro Diario,

oggi ho accompagnato mamma al mercato anche se odio il mercato. Non mi piacciono i posti dove c’è troppa confusione, ma ho infilato lo stesso la salopette e sono andata in cucina.

Perché non ti vesti da signorina ogni tanto? Hai sempre addosso quella “cosa” più grande di due taglie…

Odio il mercato. Ci si spinge, c’è chiasso. La gente litiga perché i soliti furbi saltano la fila. Uno urla che ha il pesce fresco, un altro che ha i pomodori buoni un altro che gli hanno rubato il portafoglio. Di conseguenza, qualcuno scappa e sparisce dietro alla folla che si chiude come un sipario. Alla signora non resta che consolarsi con quel sacchetto di lupini.
Sento una nenia farsi strada tra le voci e, poco dopo, una coppola spunta tra le altre teste ed ecco che arriva il vecchietto dei limoni. Spinge la sua bici dal sellino mille volte rattoppato e tenuto insieme con qualche pezzo di nastro adesivo. È un disco rotto, in dialetto. Vende limoni, questo è certo. Non capisco esattamente cosa dica o quante parole pronunci, so solo che è una cantilena da impazzire.
Me ne sto qui a cercare di scoprire quanto posso resistere ascoltandolo senza dare di matto ma poi mia madre mi tira via dal caos di ciabatte e passeggini per mettermi a cospetto di un reggiseno bianco. Lo brandisce a mezz’aria nemmeno fosse uno sbandieratore. Il maledetto, illuminato dal sole è ancora più bianco. Io vorrei sparire tra i mucchi di calzini e mutande che se ne stanno anonimi e informi sul banco.
Mia madre, invece, vuole una risposta: bianco o nero?
Che domanda difficile. Perché, mi serve? Davvero?

Faccio scena muta, giusto il tempo di farle dire Massì, li prendiamo tutt’e due.

2 Luglio 1987

Caro Diario,

oggi mamma puliva il forno, io facevo i compiti in cucina. Più lei passava lo straccio, più aloni vedevo formarsi in contro luce, sullo sportello del mobile. A che serviva tanta fatica, non mi era del tutto chiaro.

Poi mi ha chiamata ed era strana. Sorrideva in modo strano. Sembrava avere un segreto.

Lo sai come si diventa signorina? Mi chiede.

Ma io mi chiedo che significa diventare signorina? Poi come lo si diventa e quando? Mentre tutte queste domande mi si affollavano nella mente, lei con tutta la serenità possibile, quasi con gioia, mi dice che diventare signorina significa (tieniti forte) letteralmente sanguinare.

Si sanguina da lì.

Non so cosa pensare. Chissà cosa sentirò quando mi succederà. Se me ne accorgerò. Ci sarà un segnale, immagino. Non può succedere all’improvviso mentre gioco in cortile con tutti gli altri, per esempio.
Spero proprio di no altrimenti non uscirò finché non succederà. Potrei morire di vergogna se dovesse capitarmi di sanguinare davanti a tutti. Cosa direbbero? Riderebbero di me, sicuramente.

Sono sconvolta.
Perché i maschi non sanguinano?

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15 Luglio 1987

Caro Diario,

l’estate è caldissima, quest’anno non ci dà tregua. Ho messo il completo di Mimì Ayuara per uscire. Sì, oggi mi sono decisa. Ho messo anche il reggiseno. Non mi sentivo molto diversa dagli altri giorni.
Ci stavamo arrampicando sul cancello di casa e sono arrivata in cima per prima, invece Giuseppe è rimasto a terra. È piccolo.
Me ne stavo lì a guardarlo dall’alto al basso e si vedeva che la cosa non gli andava giù. Ce l’ha sempre avuta con le femmine. Dice che non sono veloci come i maschi. Però io stavo sul cancello e lui non era capace di arrampicarsi fin lassù. Insomma, la cosa mi dava una certa soddisfazione. Poi ha cambiato espressione e dal broncio è passato a un ghigno furbetto. Quasi cattivo perché mi guardava come se volesse dire che me l’ero andata a cercare.
Mi ha indicata e poi ha iniziato a canticchiare: ha-il-reg-gi-se-nooooo ha-il-reggiseeeee-noooo ha-il-re-ggiiii-seeeeeee-nooooooo….

Mi hanno preso in giro. Tutti. Hanno interrotto i giochi che stavano facendo, hanno mollato le bici per terra per venirmi a sfottere. Avrei voluto saltare dal cancello al ramo più alto del primo albero.

Che vergogna.

Scendendo mi sono pizzicata la pelle della coscia tra due sbarre di ferro.
Sono riuscita a scappare appena in tempo, prima che mi vedessero piangere.

7 Agosto 1987

Caro Diario,

siamo venuti al mare dalla zia di papà, quella fissata con le diete. A parte il fatto che non ci sono dolci in questa casa, va tutto bene.

Andrea è il bambino con cui giocavo spesso l’anno scorso. Ora però non mi saluta più.
Non capisco che cosa non vada. Ieri mattina l’ho incrociato mentre aiutavo papà a scaricare i bagagli dall’auto. Non mi avrà riconosciuta, ho pensato.
Al pomeriggio, invece, visto che dalla zia non si trova nemmeno lo zucchero per il caffè, sono andata con mio fratello a prendere un gelato.
Andrea se ne stava davanti al bar, appoggiato alla sua bici. Ha salutato mio fratello con un cenno del capo e poi non mi ha degnata di uno sguardo! Quando siamo usciti lui non c’era più.
Ieri sera abbiam fatto una passeggiata in centro e l’ho visto con un gruppo di ragazzi. Stavano seduti su un muretto mentre noi passavamo sul marciapiede di fronte. Li ho visti mentre mi guardavano e ridevano. Mi indicavano e sghignazzavano.
Mi chiedo perché i maschi siano così stupidi.

P. s. Questa notte ho sognato che sanguinavo.
Le altre persone intorno a me (non ricordo un viso) mi parlavano noncuranti della pozza rossa tra le mie gambe. Parlavano con me e ignoravano il mio sangue.

25 Novembre 1997

È passato qualche giorno ma ora lo posso scrivere. Magari, poi, cancellerò tutto.

Non mi sono mai vergognata tanto.

Mercoledì, dopo l’ultima lezione, mi sono fermata a far due chiacchiere con Lucia ed è arrivato il ragazzo che fa sculture con la cera. Ormai lo conosco, lo conoscono tutti da queste parti. Fa l’artista, il creatico. Ha l’animo sensibile, lui.

Per farla breve: ha attaccato bottone poi Lucia è schizzata via e lui s’è offerto di accompagnarmi alla fermata del bus. Mi avrebbe fatto compagnia, ha detto. Non ho saputo dire di no. Che male poteva mai esserci? Un po’ di spensieratezza dopo tanta tristezza, suvvia! Fiducia nel prossimo! Infondo sembrava così inoffensivo. Ha un aspetto mingherlino, non l’ho mai visto come una minaccia.
Gli ho detto sì e durante il tragitto ha iniziato a insinuarsi nella mia testa con i suoi discorsi strani, senza senso. Mi ha svuotato il cervello di qualsiasi pensiero spontaneo. Riuscivo a immaginare solo le scene che lui evocava. Parlava e parlava e mi diceva che avrei dovuto aprirmi, fidarmi, lasciarmi andare. Mi ha inebetita. Non mi spiego come sia potuto accadere.
Ha detto che i miei occhi erano tristi e ho iniziato a piangere. Si stava avvicinando, non volevo ma non potevo reagire. Non riuscivo a muovermi mentre alitava sulle mie labbra col suo fiato disgustoso. Ho la nausea e i brividi al solo ricordare quella terrificante sensazione di impotenza assoluta. Lui capisce che non ho potere e mi bacia, mi si avvinghia e mi sta succhiando via la gioia di vivere. No! Lo respingo, urlo forte come non pensavo di potere. Urlo come una bestia ferita che reagisce e mette in fuga il predatore.

Urlo come rivedessi la luce, nascendo ancora.

di Cristina Monasteri (sia la foto che il testo)

 

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