Meglio vivere un giorno da leoni che cento giorni da schiavo

Guardando questo film ho pensato che non ne avrei potuto scrivere una recensione. L’occhio da critico tace davanti a un film che non può essere visto attraverso la tecnica ma che si avvale necessariamente dell’anima. Ho deciso che avrei scritto di Malala, ma che non ne avrei fatto una critica né una analisi: la mia “penna” non mi permette di scrivere se non attraverso il groviglio di rabbia ed emozioni che scaturiscono dalla visione del film stesso. Malala è un documentario che dipinge la realtà in senso letterario: irrompono sequenze che sono molto più di un cartone animato, sono la suggestione pittorica di uno stato d’animo. La scelta di alternare la realtà del documentario attraverso cui possiamo entrare nella vita di Malala (realtà-razionale) a sequenze animate che paradossalmente concedono uno squarcio di realtà enfatizzata (realtà-emozionale), permette di empatizzare fino in fondo non con il personaggio ma con la persona. Malala non recita una parte ma ci racconta di se stessa, non ci troviamo di fronte a una storia frutto della penna di uno sceneggiatore, ma dentro la vita di una ragazzina di diciassette anni che ha deciso semplicemente di ricordarci che bastano un bambino, una penna e un insegnante per cambiare il mondo. Il regista premio Oscar Davis Guggenheim amalgamando, infatti, il documentario all’animazione, riesce a tratteggiare il profilo della famiglia Yousafzai con delicatezza, naturalezza e magia. La vicenda di Malala Yousafzai ha commosso il mondo intero creando un forte senso di partecipazione e una particolare attenzione mediatica. A 15 anni, esattamente, nel 2012 rimase vittima dei talebani della Valle dello Swat che le spararono tre colpi di pistola alla testa mentre tornava a casa da scuola. Malala venne punita per la più grave delle colpe: esplicitare il desiderio e il diritto di leggere e studiare. Il documentario indugia sullo Swat, nel Pakistan, mettendo in luce le tradizioni e la cultura musulmana, soprattutto quella pashtun. Entriamo dentro casa di Malala, nella sua vita, nella sua famiglia, così facendo il regista rende tangibile – proprio attraverso “la verità” di Malala – l’amore dei suoi genitori e pronti a sostenersi a vicenda; il sogno di suo padre di costruire scuole per tutti; la lotta contro l’oppressione; l’arrivo dei talebani e delle loro idee sulle donne viste come esseri inferiori da rinchiudere in casa. A una donna, infatti, è permesso uscire solo se accompagnate da un parente di sesso maschile, deve indossare il burqa e non le è permesso cantare o ballare. Malala, con le sue semplici parole e la naturalezza che solo una ragazza della sua età possiede, racconta di come i Talebani non incarnano in nessun modo i valori di Dio. Non agiscono secondo l’Islam ma impongono delle leggi barbare che non rispecchiano affatto il Corano. I Talebani non sono l’Islam. I Talebani sono Talebani e basta.

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*presa dal web

A soli 11 anni inizia a scrivere su un blog per la BBC in modo da raccontare la sua esperienza al mondo intero. Malala scrive con uno pseudonimo, Gul Makai, per non farsi scoprire ma questa copertura dura poco, Malala non vuole nascondersi, esprimere il proprio pensiero è per lei fondamento di vita. Proprio questa sua tracotanza le costa caro: nel 2012 un uomo sale sul bus della scuola e spara tre colpi, due dei quali la colpiscono nel lato sinistro della testa e nel collo. Ridotta in fin di vita, dopo una prima operazione avvenuta in Pakistan, viene portata in Inghilterra, a Birminghan, dove vive in “esilio” perché i Talebani hanno promesso di ucciderla. Malala è lo spirito che non si arrende davanti a nulla, lei stessa dice: “Pensavano che i proiettili ci avrebbero messi a tacere, ma hanno fallito. Anzi, dal silenzio sono spuntate migliaia di voci”. “Io ho il diritto di cantare, ho il diritto di andare al mercato, il diritto di parlare. Avrò la mia istruzione, che sia a casa, a scuola, o da qualche parte. Non mi fermeranno”. Ha anche dato vita a un’organizzazione no profit, il Malala Fund, con la quale raccoglie fondi dedicati a progetti educativi in tutto il mondo e il suo impegno in difesa della cultura e dell’educazione delle donne ne ha fatto, nel 2014, la più giovane vincitrice di sempre del Premio Nobel per la pace.

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*presa dal web

Malala, già nella scelta del nome, è simbolo di forti valori appartenenti alla cultura pashtun legati alla leggenda dell’eroina afgana Malalai di Maiwand la quale, vedendo l’esercito indietreggiare dinanzi all’avanzata dei soldati inglesi, salì sulla cima di una montagna per infondere loro fiducia e coraggio e, nel guidarli verso la vittoria, morì sul campo di battaglia. Il nome di Malala è simbolo di coraggio, affermazione, identità. La personalità di Malala è la sintesi dell’ambiente in cui è cresciuta: l’amore per la cultura, la volontà di ribellarsi alle tradizioni, alle abitudini. A tal proposito la stessa Malala dice, infatti: “Se avessi avuto un’altra famiglia adesso sarei sposata e avrei due bambini”. Essenzialmente quella di Malala è una storia d’amore fra un padre e una figlia e del loro rapporto simbiotico tramite cui si danno coraggio nel perseguire una battaglia etica contro le discriminazioni e a favore dell’accesso paritario alla scuola. Guggenheim traccia la storia di Malala, in simbiosi col padre, l’attivista Ziauddin Yousafzai, ponendola in bilico tra la normalità e la spettacolarità, tra i discorsi impegnati con politici e personalità dello spettacolo alla quotidianità con i coetanei (“racconto la mia storia non perché è unica ma perché non lo è”). In ultima analisi mi sembra doveroso soffermarsi su un concetto: la libertà. Ancora oggi si lotta per un diritto primordiale e inalienabile per cui ogni uomo o donna dovrebbe essere libero di operare le proprie scelte, libero di sapere, libero di tutelare la propria dignità, libero di esercitare il diritto di essere donna… Inoltre, ogni bambino ha un diritto inviolabile: la libertà di sognare.

Qui il trailer in italiano

di Claudia La Ferla

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