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“Mi chiamo Mohammed e sono nato l’1.01.1991. Vengo dal Gambia e nel mio paese non mi aspetta nessuno. I miei genitori sono morti tre giorni dopo la mia nascita mentre tornavamo a casa dall’ospedale. Sono stato l’unico sopravvissuto di un incidente stradale. Sono stato allevato da un uomo e una donna con tanti bambini, non figli loro. Mi trattavano male. Per me tutto era difficile. Avere cibo, avere vestiti. E ho deciso di scappare perché voglio una vita migliore.

Un mio amico mi ha dato i soldi del viaggio e una cartina dei paesi che dovevo attraversare. Sono arrivato da solo in Senegal e ci sono rimasto tre mesi vivendo per strada. Poi sono arrivato a Niamey in Niger e ho dormito in un edificio abbandonato per circa cinque mesi. Sono stato fortunato a non morire. Poi è arrivato il deserto. Sette giorni ammassati su un camion con la guerrilla che ci braccava. Non avevamo acqua e cibo. Siamo stati derubati più volte e se provavi a nascondere i soldi, ti sparavano. Cosi: boom”. E fa un gesto inequivocabile.

Sono morti in tanti, rifletto. Di stenti e di violenza. Di incuria e di fame. Sono morti mentre io abbracciavo mia madre. Sono morti mentre io lasciavo scorrere l’acqua della doccia. Inconsapevole di loro che muoiono di sete. Sono morti mentre io pianificavo il mio ordinato futuro di figlia privilegiata. Mentre io godevo della Vita. La stessa Vita che da loro scivola via senza quasi lasciare tracce.

“Poi siamo arrivati in Libia, a Saba. Saba è una città pericolosissima. Mi hanno internato tre mesi in un campo e volevano 500 dinar per liberarmi. Ma io non avevo nessuno a cui domandare il denaro e ho deciso che dovevo scappare. Lo sapevo che era pericoloso e stavo rischiando la vita, ma tanto sarei morto comunque.

E sono scappato e mi ha salvato un uomo buono. Ho lavorato quattro mesi per lui per raccogliere il denaro del viaggio. Poi sono andato a Tripoli e lì era l’inferno. Non valiamo niente. Ci chiamano con una parola che vuol dire senza patria e senza speranza. Puoi morire in ogni momento. Ogni mattina mi mettevo in fila con gli altri per cercare di essere preso a lavorare. Se sei fortunato ti pagano 2 o 3 dinar al giorno. Se non ti pagano e ti lamenti, ti sparano. Facile, no?

Un giorno venni a sapere che c’era una partenza. La gente era ammassata sul molo e ho avuto fortuna: mi sono intrufolato tra gli altri e sono salito senza pagare. Erano le due di notte e non c’era differenza fra cielo e mare. Abbiamo rifiutato gli aiuti tunisini sennò ci riportavano indietro e abbiamo continuato verso l’Italia. Finché abbiamo visto gli elicotteri e ci hanno salvati, nutriti e schedati coi numeri. Ho avuto paura di morire”.

Si interrompe di botto. Mi guarda dritto negli occhi.

Maria, perché ti interessano le nostre storie. Perché parli con noi?

Perché domani potrei essere io al tuo posto e se possiamo evitare altre tragedie, diffondendo le vostre storie… Ma non dico nulla. Lo abbraccio, lo accarezzo in silenzio contando sull’unica medicina che funziona da secoli senza mai fallire: l’Amore. Come una qualunque madre di un qualunque angolo di mondo, lo cullo con parole che non appartengono a nessuna lingua.

Maria, io ho bisogno di una nuova vita qui in Italia. Perché in Gambia non ne ho nessuna“.

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Foto di Francesco Faraci

Di Maria Grazia Patania


Mohammed aveva una maglietta verde e dei jeans bianchi strappati quando ci siamo conosciuti. Era un sabato mattina: io, Francesco Faraci e la mia migliore amica eravamo insieme alle “scuole verdi” di Augusta per raccogliere le storie di questi ragazzi ammassati in un centro di prima accoglienza. Dalle prime frasi si capiva subito che Mohammed aveva una intelligenza peculiare. Con un suo amico la domenica è venuto a pranzo da me e entrambi hanno imparato a usare per la prima volta forchetta e coltello. Abbiamo scattato una foto di famiglia che spero conservino nella memoria del cuore. Poi ha passato le Alpi ed è arrivato in Germania, ma ho avuto sue notizie solo raramente da allora. Francesco era partito all’alba da Palermo per venire da noi e quel giorno è nata una amicizia che continua nonostante distanze, latitudini diverse e poche opportunità di vedersi.

Questo racconto fa parte de I Figli della Fortuna, la sezione che ha dato il via al Collettivo Antigone stesso.

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