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L’inizio di un nuovo anno, per una persona poco avvezza alla pianificazione come la sottoscritta, di solito rappresenta un momento di bilancio piuttosto che di progettazione e compilazione di assurde to do list che mi servirebbero solo a ricordare quanto sia difficile star dietro ai propri desideri e alle proprie inclinazioni quando bisogna anche pagare l’affitto e la tassa sull’immondizia e il riscaldamento, il dentista, gli occhiali nuovi, il gas.
Un giorno alla volta, dunque. Un punto per volta.

Il primo punto sul quale sento l’urgenza di soffermarmi è rappresentato dallo stridere tra le migliori intenzioni da molti dichiarate al principio dell’anno e la sufficienza con cui si licenziano alcuni aspetti fondamentali della vita sociale.

Essere migliori, rispetto a cosa? Rispetto all’anno prima, sì; ma con quale metro si può misurare l’essere peggiori? E di nuovo, rispetto a cosa?

Quello che voglio dire è che ci aspettiamo progressi all’interno della sfera poco più che personale: dimagrire, viaggiare, guadagnare di più. Sono questi gli step che ci porterebbero a essere migliori. Essere migliori vuol dunque dire essere più belli, più ricchi, socialmente accettati e pronti a offrirne testimonianza tramite centinaia di foto delle ultime vacanze. Ritengo che non ci sia nulla di reo, fin qui.
La preoccupazione è che qui ci si fermi.

In quanto animali sociali, mi chiedo se non sia fondamentale rendersi migliori rispetto alla società in cui si vive al fine di contribuire al miglioramento generale.

Mi chiedo se nella to do list di alcuno ci sia il punto che recita “informarsi prima di esprimersi”.

Ritengo sia questo il primo passo verso la conquista di una cittadinanza attiva in un paese in cui si delega anche (soprattutto) sulle opinioni per finire col non averne.

Abbiamo delegato il nostro spirito critico al mostro nato dalla commistione tra antipolitica e pseudo-giornalismo. Ci urliamo in faccia dai più beceri slogan ai più infelici titoli messi insieme, magari, da chi si inventa attentati nei confronti della propria persona e che, a mio avviso, non dovrebbe essere preso sul serio nemmeno sulle previsioni delle estrazioni del lotto.
Siamo così abituati alla menzogna da non riconoscerla, semplicemente. Ci rendiamo complici laddove ci accontentiamo di brevi frasi spesso sgrammaticate e immagini decontestualizzate. Scegliamo di non avere tempo per l’approfondimento perché siamo arrivati a credere nell’essenzialità senza porci domande sull’affidabilità delle fonti.

La notizia è che la percentuale di immigrati percepita dagli italiani sul totale della popolazione è del 30% contro il dato reale che si aggira intorno al 8%. Secondo il ministero di Grazia e Giustizia, al 30 Novembre 2015, il totale della popolazione carceraria del nostro paese è di poco meno di 53 mila persone di cui poco più di 17 mila sono stranieri

Spesso ho sentito dire che “ci sono solo immigrati per strada”, che “sul bus l’unico italiano ero io”. A tali osservazioni rispondo con un’altra domanda: quante volte ci muoviamo all’interno delle nostre città chiusi nell’abitacolo del nostro mezzo di trasporto? Quante volte ci accorgiamo delle file alle mense di carità o agli sportelli degli uffici che offrono servizi alle famiglie meno abbienti? Quante volte ci lamentiamo degli uomini (ragazzi) che sostano agli angoli delle strade dello spaccio senza porci questioni sulla domanda che alimenta l’illegalità di quest’offerta?

Abbiamo bisogno di un cattivo e, per definizione, il cattivo dev’essere altro. Diverso per nascita, colore e collocazione.

Fino a poco tempo fa, all’ingresso di ogni paese, di ogni città capeggiava il cartello di Benvenuto, Welcome, willkommen; adesso alcune amministrazioni optano per avvisi nei confronti degli stranieri che sono inviatati ad andarsene, qualora non rispettino le tradizioni occidentali.

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Faccio fatica a capire, allora, cosa si intenda per tradizione occidentale. È forse da definirsi “normale” trovare nel banco frigo del supermercato il tacchino per il Thanksgiving day in quanto è da considerarsi, quest’ultima, una festa occidentale?

Ci inventiamo i bruti perché sia necessario difendersi. Schieriamo un buono contro i cattivi facendo rovinare la politica verso un’egolitica fatta di leader che eccedono in sicurezza di sé affinché possano essere gli unici depositari della verità che ci porterà fuori dalla crisi.
Un leader che conosca le risposte a questioni che non ci poniamo come, ad esempio “da chi ci dovremmo difendere?”.

Dai rifugiati, dalle famiglie cristiane o musulmane rimaste senza casa, dai questuanti o dagli sfratti, dagli sprechi, dagli scempi al sapore di cemento armato?
Sta a noi scegliere, leggere e capire.

Il mio augurio per il nuovo anno è che possiate trovare il tempo di parlare con le persone, di farvi domande e di scavare alla ricerca della verità che di solito in pochi dicono.

Diffidate dagli assolutismi.
Siate gentili.

R-esistete.

di Cristina Monasteri


Probabilmente speravamo di pubblicarlo, riderci su e pensare “guarda che negativ* siamo stat*!“. Abbiamo lasciato invecchiare gli auguri per un mese osservando l’evoluzione delle cose. Nonostante tutto il male che succede, che sia un anno di tenerezza, un anno di speranza, un anno di sogni coltivati con cura.

Di Maria Grazia Patania

 

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