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Oswiecim, dice il cartello. Il bus svolta, ci siamo.
Di fianco alla strada, pezzi di rotaia spuntano tra fazzoletti di verde induriti dall’inverno. Pochi metri di rotaia affiorano, di tanto in tanto, come il dorso di un mostro marino che s’inarca a pelo d’acqua, s’inabissa e, di nuovo, fa capolino in questa grigia mattinata polacca.
Scendiamo e, appena i miei piedi sono sul piazzale, rimpiango il passamontagna rosso che da bambina non volevo mai indossare: cristalli di ghiaccio, sospesi nell’aria già gelida, mi pungono a ogni passo le mani, il viso.
Fa così freddo che tutto sembra avvolto da un mantello grigio; qui i colori sono banditi.

Scaldiamoci con un caffè.
Meglio un tè, ché qui il caffè è acqua sporca.

La vetrina offre il più triste tra i wurstel che abbia mai visto, esposto su un piatto di vetro marrone.
In un angolo del locale, su una credenza in legno chiaro vicina alla cassa, ci sono delle cartoline. Le guardo.
Annunciano.

C’è chi mangia un toast là fuori.
Il tè?
Non l’ho preso.

Mentre fumo tutta l’umidità della campagna polacca, un uomo dall’aria bonaria s’avvicina e, con un italiano macchiato dall’accento del posto, ci saluta. Accenna un sorriso. Sembra così strano, ora.
Ha le lenti tempestate di minuscole gocce. Tiene gli occhi semi chiusi, il mento alto, mentre tenta di metterci a fuoco per proseguire con le presentazioni. Pulisce le lenti e con fare da reverendo, prima che le gocce gli rendano fatica sprecata, ci apre la porta.
Sono oltre la soglia. Vedo il posto: ora so com’è dentro.
Guardo al di là di un vetro e mi rendo conto che sono solo nell’anticamera dell’Ade.
La stanza in cui ci troviamo sta al primo piano di una casetta in tutto somigliante alle altre sue simili che stanno, però, al di là del filo spinato.
Usciamo di nuovo al freddo e ora non c’è scampo. Sono davanti alla porta infernale. Potrei non varcare la sua soglia. Potrei decidere di ignorare come i tanti che allora crebbero, vissero e si moltiplicarono. Accettarono e, poi, celebrarono.
Fisso le lettere di ferro, disposte seguendo un ondulato motivo insensato. Passo oltre, sono dentro. Camminiamo nei viottoli del villaggio. Tra decine di innocue case in mattoni. Ognuna di esse ha l’ingresso orlato di siepi e pochi gradini prima della soglia.
Ognuna di esse, un girone infernale. Una perversione per ognuno di quegli inquietanti caseggiati.

Nel silenzio, un corvo ogni tanto esiste.

I corridoi portano il peso di centinaia di foto-ritratti in bianco e nero.
Sono tutti morti.
Vedo ragazze della mia età coi boccoli e alti zigomi, bambini, anziani e donne acconciate alla moda del tempo, altre indossano un fazzoletto da contadina.
Vedo tessuti realizzati intrecciando capelli umani.
Cumuli di pettini d’osso, spazzole e poi protesi, scarpe, stampelle. Valigie. Indumenti. Centinaia di pantaloni, cappotti. Migliaia di bottoni. Ancora capelli.
Resti d’umanità protetti da un vetro che riflette la mia immagine e la luce del neon acceso.
Esco da una casa come emergessi da una lunga apnea.
Di nuovo, il gracchiare di corvi lontani.
Il vecchio polacco che conosce la mia lingua perché è stato in Italia durante la guerra, ci guida nuovamente nell’abisso. Un’altra casa in cui tutto è stato contato, misurato e catalogato. Tutto è stato registrato a (breve) futura memoria.
Più tardi il signor Piotr ci indica il punto in cui fu eseguita la sentenza del processo di Norimberga che condannò il direttore del campo alla forca.
Sbuffo via la mia ennesima sigaretta e butto ogni residuo di cinismo quando veniamo introdotti alla camera a gas.
Sento di aver perso la sensazione del mio corpo, come se l’anima si fosse arresa al fine dell’esistenza.
Un corvo, là fuori, suggerisce che il tempo non s’è fermato.
Noi, invece, siamo dentro a uno stanzone di cemento armato umido e freddo che puzza di qualcosa che non so riconoscere. Sarà questo l’odore della morte?
Usciamo dal buio vuoto e ci avviamo verso l’ultima stazione della via crucis.

Verso la fine – spiega il nostro Virgilio grigio vestito – con i russi alle porte, ne bruciavano contemporaneamente più di uno. Tre, quattro cadaveri ammonticchiati su un carrello di ghisa.

Dal fuoco, su per il camino. Chissà com’è spesso il fumo di essere umano.
Usciamo ed è quiete ma non abbiamo finito. L’amarezza mi guasta l’ultima sigaretta: a poca distanza c’è il secondo campo.
Risaliamo sull’autobus e il mostro marino emerge, di nuovo. Dapprima a piccoli intervalli; poi eccolo, definitivo, nel pallore di questo Novembre.
Ci precede al di là dell’ingresso, entrando dalla grande voragine accanto alla torretta di guardia.
Prosegue verso il bosco ma si ferma molto prima, davanti a uno slargo che porta a intravedere le prime baracche. Quelle che si vedono nei film. È disarmante la sensazione di sconcerto che viene trasmessa nel vederli dal vero. Nei film non si percepisce il freddo ma, pur essendo lì in carne e spirito, non si riesce a concepirne l’intensità che doveva raggiungere con addosso un pigiama di stracci.

Salgo i gradini della torretta con riluttanza. Chi mai vorrebbe vedere la Storia dal punto di vista del carnefice?
Ai nostri piedi una distesa di baracche scure, fredde, sudice, disumane e vergognose.
Il vento soffia sui lumini votivi lasciati da qualcuno sui binari.
Intanto, decine di corvi beccano il terreno gelato alla ricerca di qualche larva; qualcuno spicca il volo e si posa su un tetto.
Intorno, silenzio.
I corvi tacciono o io non li sento.
I lumini traballano, qualcuno si spegne. Poi un altro e un altro.
Ne restano pochi, ne resta uno. È debole ma sembra resistere. Mi fa l’occhiolino.
Mi volto, scendo le scale.
Il freddo non mi sorprende come prima, non lo sento più.
La fiamma barcolla ma non s’è spenta.

di Cristina Monasteri

Cri

Una foto della conferenza di un giorno in Auschwitz, nel novembre 2007. In quel giorno piu’ di 30 sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz si sono incontrati con dei rappresentanti della Dr. Rath Health Foundation.

(fonte http://www.thelivingspirits.net/cospirazioni-contro-lumanita/70-della-liberazione-di-auschwitz-dr-rath-foundation-l-altra-storia-non-detta-dai-media.html)

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