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Da giorni ragiono su cosa scrivere per rendervi tutti partecipi di quello di cui io ho potuto fare esperienza in prima persona. Mi rendo conto che è una grossa responsabilità tradurre in parole le sensazioni, le emozioni, i gesti e gli sguardi di un giorno che non si dimentica.

Tutto inizia suonando al campanello di una porta di ferro dove si sono accumulate scritte e locandine stropicciate. Mi apre Francesco con un sorriso e Paco che abbaia poco convinto. Un lungo corridoio si snoda davanti a me, intercalato ai lati dalle ex celle. Ovunque murales, scritte di libertà e antirazzismo, locandine di eventi o mostre trascorse fra cui emerge anche la nostra. La meravigliosa foto di Francesco Malavolta scelta come simbolo del nostro incontro ci guarda dalla porta che conduce a un seminterrato. Siamo quasi soli e nell’edificio si sentono solo i nostri passi e la voce di Paco a cui non devo stare troppo simpatica.

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Inizio a sistemare le foto in modo che i migranti possano guardarci comodi mentre noi parliamo di loro e raccontiamo un Amore che non conosce frontiere e che nessun cordone di polizia, nessuna inferriata potrà bloccare. Arrivano Andrea e Lucia: finalmente conosco anche loro e cominciamo a raccontarci. Prepariamo il buffet, facciamo gli ultimi ritocchi e qualcuno arriva nella sala incuriosito dalle foto esposte. Nascono domande e risposte, nascono parole.

Siamo pronti per iniziare con una lezione di AcroYoga di Andrea Cangialosi (palermitano trapiantato a Berlino e fautore del progetto AcroYoga ohne Grenzen) e la sala comincia a riempirsi di persone curiose di provare questo esperimento di volo e fiducia. Io li osservo tentando di catturare qualcosa di quei momenti intensi e senza dubbio divertenti. Arriviamo alla fine della lezione e iniziamo a sistemare tutto per dare il via ai racconti.

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Proseguiamo con la proiezione di un documentario de La macchina sognante che descrive uno dei deprecabili modi in cui le multinazionali ci stanno divorando la terra e il futuro. Le vittime dirette sono in Brasile, ma nessuno può dirsi salvo. O innocente. Nelle parole dei nativi si scopre uno sconfinato e profondo legame con Madre Terra, con la Natura nelle sue molteplici manifestazioni, un Amore sottile che pervade il suolo per infiltrarsi nell’acqua ed arrivare al cielo.

Arriva il mio turno e inizio dalla mia scuola elementare, da quelle stanze, da quel cortile che per ben due volte hanno cambiato la mia vita: da bambina quando entrai per imparare a leggere e scrivere e da donna quando smisi di essere figlia unica per abbracciare quell’umanità sfuggita alle onde. Ad oggi non ricordo bene di cosa ho parlato: sicuramente di Moussa, di Youba, di Yacob, di Prince, delle file dal dottore, di quanto mi sentissi piccola e inutile nella mia vita comoda ed ipocrita. Ricordo che le parole fluivano e ricordo gli occhi degli uomini e delle donne di fronte a me. Uomini e donne che -prima e dopo gli interventi- mi hanno abbracciata, mi hanno fatto domande, mi hanno ringraziata. Uomini e donne che hanno partecipato col cuore ai miei ricordi. Uomini e donne che mi hanno trasmesso la certezza -intima ed incrollabile- che siamo tanti ad opporci alla barbarie contemporanea. Un sottosuolo di libertà e passione che detesta frontiere, filo spinato e violenze di ogni sorta. Siamo tanti, ma è difficile a volte far ascoltare la nostra voce che dissente. Pertanto iniziative come quella al Klapperfeld N’ 5 andrebbero ripetute senza sosta: per ri-conoscersi, per incontrarsi, per imparar-si e sostenersi in una lotta costante e talvolta sfiancante perchè non se ne vede la fine.

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Altri protagonisti indiscussi sono stati i fotografi: uomini che hanno sacrificato (e continuano a sacrificare) molto di se stessi per restituire dignità a chi fugge dalla morte e per fare a noi il dono della testimonianza. Michelangelo Mignosa da Catania, Francesco Faraci da Palermo e Francesco Malavolta in viaggio verso i Balcani hanno trovato il modo per infondermi coraggio ed esserci anche da lontano.

Abbiamo deciso di non chiudere così l’esperienza di Francoforte, ma continueremo a pubblicare -di tanto in tanto- il materiale che avevamo preparato. Affinchè quelle sbocciate il 15 Gennaio non restino fluttuanti emozioni, ma diventino sentimenti con storia e radici. Affinchè il viaggio continui. Le cose più belle di quel giorno non sono cose: sono sguardi, sono mani, sono speranze e consapevolezze. Sono giardini da annaffiare con cura.

di Maria Grazia Patania

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