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L’Africa mi manca.

Quando vedo il razzismo invadere il mondo intero, in Europa, in America, Asia… Dico che è ingiusto ed è impensabile che non si sappia convivere ancora oggi! Questo penso anche quando vado a Torino, Alessandria o esco per passeggiare a Nizza Monferrato e vedo i neri che restano tra neri, gli arabi tra altri arabi  e i bianchi tra bianchi… E trovo questo assurdo!

Rifiuto categoricamente questa chiusura sociale e mentale e preferisco arricchirmi attraverso le culture e le diversità di ogni popolo piuttosto che chiudermi stupidamente nella paura assurda dello sconosciuto.

Essere riconosciuti nella propria diversità culturale in altri paesi, in altri contesti, in altri luoghi restituisce ad ogni essere umano valore e dignità. Dà la possibilità di integrarsi e sentirsi parte della società. Io sono fiero delle mie origini africane, ma la vostra religione e il colore della vostra pelle non mi interessano per avvicinarmi a voi o per costruire una relazione di amicizia con voi… Perché nonostante tutto è da un anno che vivo in Italia e sono stato accolto in una famiglia italiana in cui mi sento veramente in famiglia e sono di religione musulmana e loro di altre credenze. Eppure ci confrontiamo a volte dando l’opportunità -l’uno all’altro- di sapere quello che non sapevamo e conviviamo pacificamente nell’attesa di poter mangiare l’attièké (piatto tipico della Costa d’Avorio) con la mia famiglia e miei amici bianchi.

di Yacob Fouiny (che avevamo già conosciuto col suo indimenticabile esordio)

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foto di Francesco Malavolta, che continua a sostenere le nostre parole e soprattutto ha fatto viaggiare lontano il primo post del nostro Yacob


Questo testo mi è arrivato il 20 Dicembre. Di notte. Io insonne in Sicilia, lui insonne in Piemonte. Avevamo deciso di riprendere a Gennaio con Yacob per dargli il tempo di concentrarsi sui suoi studi e sulle mille attività che quotidianamente porta avanti. Ma poi le sue parole sono arrivate d’improvviso a ricordarmi che i progetti sono fatti per essere smentiti, capovolti.

Sarà questo il nostro modo di augurarvi un Natale di pace, tenerezza e amore. Sarà questo il nostro modo di ricordarvi che nessuna religione provoca guerre. Quelle le fanno gli uomini, i più beceri fra l’altro. E poi le subiamo tutti, indistintamente. Poi a noi tocca ricucire ferite fatte con parole di lama e consolare il cuore delle creature martoriate. Ieri ho insegnato a Jeremy la parola incubo perché non riusciva a spiegarmi il tormento che aveva vissuto per alcune notti di seguito dopo aver studiato a scuola la storia della colonizzazione del suo continente. Di solito dopo che gliele dico a voce mentre parliamo, gli mando un messaggio così rilegge e non dimentica le parole nuove. Questa volta ho preferito di no. Ho preferito avere io gli incubi.

di Maria Grazia Patania

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