Tag

, , , , , , ,

Mi sono imbattuta nelle foto di Michelangelo Mignosa per caso. Erano a corredo di un reportage che consiglio vivamente a tutti di leggere. Mi sono piaciute le foto, poi ho visto che viene da Catania e ho pensato “devo scrivergli”. Così un sabato mattina gli ho mandato una prima mail per domandargli se avesse voglia di parlarmi della sua esperienza con “chi salva i migranti”. Mi ha risposto subito si e quindi ora siamo qui per conoscerlo. Lo ringrazio di cuore per il tempo dedicato a questa intervista a distanza e per le foto.

Parlaci di te, presentati per favore.

Non c’è molto da sapere. Trentotto anni, catanese, padre di una bambina. Mi occupo di comunicazione ormai da qualche anno. Ho dedicato molto del mio lavoro alla comunicazione di tipo commerciale. Nell’ultimo anno, grazie ad un amico, ho avuto la possibilità di collaborare con un’agenzia di stampa internazionale che aveva bisogno di una troupe, in giro per i porti della Sicilia, che documentasse lo sbarco dei migranti. A pochi mesi di distanza mi trovavo di fronte la Libia a documentarne il soccorso.

Come sei finito su quella nave? Avevi già esperienze simili pregresse?

Assolutamente per caso. Mi trovavo al porto di Augusta, lì ho conosciuto il direttore del TPI, The Post Internazionale, Giulio Gambino. Mi disse che a breve sarebbe partito con una nave della Marina per scrivere un reportage sulle operazioni di soccorso ai migranti e mi chiese se fossi interessato a realizzarne uno video e fotografico che potesse essere di completamento al suo. Decisi così di accompagnarlo. Per tutta l’estate avevo documentato gli sbarchi, avevo visto passarmi davanti migliaia di migranti ma mi rendevo conto che il lavoro che stavo facendo era manchevole di molte parti, una di queste era il recupero dei migranti in difficoltà e quella poteva essere l’occasione per colmare quella mancanza. Ci vollero due imbarchi per completare il lavoro. Il primo durò quattordici giorni, a bordo del Driade, e a causa delle avverse condizioni meteo non riuscimmo a portare a compimento nessun soccorso. Il secondo , quello a bordo del Cigala Fulgosi, fu l’imbarco giusto. Sette eventi SAR e circa ottocento migranti salvati.

nave

Perchè hai deciso di intraprendere questo viaggio? Eri “pronto”/”preparato” psicologicamente? Si è mai preparati per queste esperienze?

Perché è un tema che mi interessa molto. In questi anni il mondo vive un momento di profondo mutamento. Per motivi diversi, ma ugualmente drammatici, una moltitudine di persone sta abbandonando il centro Africa e i teatri di guerra del Medio Oriente; in comune la destinazione, l’Europa. Purtroppo il vecchio continente si è fatto trovare impreparato, l’agenzia Frontex e la missione Triton sono state risposte tardive, il fenomeno era ormai esploso e aveva preso altre vie, come quella balcanica. E anche lì la risposta non c’è stata. I paesi dell’Unione hanno preso iniziative autonome, a volte molto discutibili.

Non si è mai psicologicamente pronti, perché non puoi sapere cosa ti troverai di fronte. E questo era il mio timore maggiore, non sapere cosa aspettarmi. La tensione nei momenti del soccorso è sempre alta, i migranti che sanno nuotare sono pochi, la maggior parte di loro non ha neanche mai visto il mare. Questo li spaventa, i nostri militari hanno il compito di riuscire a calmarli e di iniziare le operazioni di soccorso per fare in modo che durino il meno possibile.

_DSC8894

Quale credi sia il senso profondo del lavoro di un fotoreporter? E il valore delle foto scattate in un contesto come quello che hai vissuto tu? Tante volte ho l´impressione che si tratti di una vocazione più che di un mero lavoro.

Il lavoro del fotoreporter, come quello del giornalista, impone grosse responsabilità. Ci si chiede di essere gli occhi del lettore in teatri difficilmente raggiungibili per il comune cittadino. Quello che posso fare, parlo per me ma credo che sia un pensiero comune, è cercare di essere quanto più onesto possibile nel raccontare quello che ho intorno. Il valore delle foto che scatto non lo determino io; se riescono a raccontare quello che vedo ho raggiunto il mio scopo.

Provi un senso di dispiacere/ingiustizia nel constatare che purtroppo nella tua regione, nel tuo paese e forse in tutta Europa non si dia il giusto peso a testimonianze ed esperienze come la tua? Ti immagineresti in giro per i licei a raccontare quanto diversa sia la vita oltre o in mezzo al nostro amato mare?

In realtà il fenomeno della migrazione è stato, e lo è tuttora, ampiamente documentato. Basti pensare all’enorme quantità di giornalisti e fotovideoreporter che ci sono in Sicilia, nelle isole greche, e nelle frontiere balcaniche. E anche a tutte le trasmissioni che ogni giorno riempiono i palinsesti televisivi. Tutti hanno parlato di tutto. Bisogna piuttosto vedere come è stato trattato l’argomento, e qui purtroppo i risultati non sono sempre positivi, non è difficile cadere nel qualunquismo e nella retorica. Mi auguro, nel caso del mio lavoro, di aver restituito ai lettori una fotografia quanto più fedele alla realtà. Mi piacerebbe raccontare la mia esperienza, ma credo che al di là del semplice racconto, il tema debba essere affrontato in maniera molto più esaustiva e in questo caso ci sono figure molto più adatte di quella di un fotografo per farlo. E inoltre credo che si possa iniziare ben prima del liceo a parlare di migrazione ed integrazione. Il mio compito, piuttosto, è quello di raccontare, attraverso le immagini, quello che accade nel nostro mare.

_DSC8718

Parlaci del piccolo Oses, per favore. E di qualche episodio/viaggiatore che ti è rimasto particolarmente impresso.

Oses è un bambino nigeriano di dodici anni, i suoi genitori sono morti e la famiglia che si è presa cura di lui ha pagato il viaggio verso l’Europa. Era imbarcato su un gommone, il secondo soccorso quel giorno, in precarie condizioni, se non fossero arrivati i nostri militari quel gommone nel giro di un paio di ore sarebbe affondato portando con sé più di un centinaio di persone, tra cui una decina di bambini. Ho visto circa ottocento migranti salvati dai nostri militari, e di tantissimi ricordo bene i volti, in questo sono stato aiutato dai miei scatti. Durante il lavoro di post produzione avrò rivisto le foto un centinaio di volte e i volti mi si sono impressi nella memoria e difficilmente andranno via. Quelli che ti colpiscono maggiormente sono i bambini, ne ho visti di piccolissimi. Ad una bambina sono rimasto particolarmente legato. Non conosco il suo nome, solo il numero identificativo. Sarebbe stato l’ultimo imbarco della nostra missione, il mare era leggermente mosso. La madre, con cui era salita la bambina, stava male a causa del mare e il padre era in un’altra zona della nave. Lì il mio essere papà ha avuto il sopravvento sul mio essere fotografo, ho messo da parte la macchina fotografica e mi sono preso cura della bambina. Ho sicuramente perso qualche scatto, ma credo di aver guadagnato umanamente qualcosa di ineguagliabile.

C´è una sensazione dominante che provi in relazione alla questione profughi?

La questione profughi è di portata talmente ampia e muta così velocemente che riuscire a farsi un’idea chiara è quasi impossibile. A maggior ragione se si parla di migrazione in generale. In questo momento esistono due enormi flussi migratori, le ragioni sono diverse e immagino che debba essere diverso anche l’approccio. Ho sicuramente un quadro più chiaro sui soccorsi in mare.

_DSC8594

Dopo aver passato un mese a bordo di una nave che salva i migranti, dopo aver visto transitare quei sopravvissuti spaventati, cosa vorresti dire a chi fomenta la paura? Cosa diresti, ad esempio, ai tuoi concittadini per mettere a tacere i pregiudizi?

Ritengo che ognuno debba avere le proprie opinioni, non mi piace l’uniformità di pensiero. Quello che non accetto è quando certe opinioni palesano ignoranza o peggio malafede. È vergognoso vedere come una tragedia umanitaria di tali proporzioni venga strumentalizzata. I pregiudizi non si possono mettere a tacere perché c’è chi li fomenta per proprio tornaconto. Però non possiamo neanche sottodimensionare il problema della migrazione, non possiamo far finta che i numeri siano sostenibili all’infinito, non possiamo aprire le frontiere ad oltranza e non porci il problema di come collocare tutti i rifugiati che arrivano, sarebbe anche quello un grave errore. Servirebbe, come dicevo prima che l’Europa, come Unione, dia delle risposte concrete. Quello che possiamo sperare per il futuro, non proprio prossimo, è che chi domani partirà dall’ Africa o dalla Siria lo faccia per scelta e non perché costretto dalla guerra o dalla fame.

di Maria Grazia Patania

_DSC0128


Tutte le foto sono state scattate e inviateci da Michelangelo Mignosa

Il reportage di TPI redatto dal suo direttore, Giulio Gambino, andrebbe letto con calma e attenzione

Advertisements