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Le cinematografie africane nascono, di fatto, dopo che questi paesi hanno raggiunto l’indipendenza coloniale. Il cinema africano, dunque, è di per sé un cinema postcoloniale nato dall’esigenza di registi che prima di tutto sono stati spettatori di un cinema basato su modelli di immaginari occidentali: i due più importanti erano il neorealismo e la nouvelle vague.

I film africani nascono come contromodelli, rovesciamenti, trasgressione. Si presentano come cinema indipendente dai modelli occidentali in cui i registi hanno da subito compreso che, fino a che non si garantiva una distribuzione all’interno delle sale dell’Africa stessa, il cinema sarebbe rimasto precario.

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La storia del cinema africano è fatta di sofferenza e sacrifici, segnata da film con costi di produzione irrisori spesso realizzati sfruttando canali di coproduzione. Alcuni registi, però, tra cui Sembene Ousmane, hanno sempre rivendicato una sorta di indipendenza dalla Francia cercando delle forme di collaborazione con il sud stesso così da mantenere una certa indipendenza dalla potenza coloniale. Quando si parla di cinema africano si tende a considerare la parte subsahariana escludendo il Magreb e l’Egitto che vengono inclusi all’interno della cinematografia araba.

Originariamente coniato dal giornalista francese Alfred Sauvy nel 1950 come analogia al “terzo stato” rivoluzionario francese, cioè il popolo in contrasto con il primo stato (la nobiltà) e il secondo stato (il clero), il termine “Terzo mondo” contempla tre sfere geopolitiche: il Primo Mondo capitalista di Europa, USA, Australia e Giappone; il Secondo Mondo dell’alleanza socialista. E infine il Terzo Mondo a cui appartengono le nazioni colonizzate, neocolonizzate o decolonizzate, le “minoranze” del mondo le cui strutture economiche e sociali sono state modificate e deformate a causa della colonizzazione. Sulla base di questo termine si afferma l’accezione di “Terzo cinema”. I testi di riferimento in questo periodo sono tre: Estetica della forma di Glauber Rocha (1965), Verso il terzo cinema di Fernando Solanas e Octavio Gedino (1969) e Per un cinema imperfetto di Julio Garcia Espinosa (1969).

African-Film-Festival

Per Rocha parlare di estetica della forma vuol dire creare un film che esibisca la propria povertà, riscattare l’alienazione dello spettatore attraverso un cinema anti-hollywoodiano. Solanas e Getino si muovono sulla stessa linea proponendo, però, un cinema documentario, un cinema radicale che si chiami fuori da una costruzione di racconto narrativo (a differenza di Rocha che mantiene un certo lirismo). Espinosa, invece, teorizza un cinema che abbia funzione di attivismo politico. In questi testi appare forte l’influenza di Frantz Fanon che ha avuto un forte impatto sulla cultura del Terzo Mondo con due libri fondamentali: Pelle nera maschere bianche e I dannati della terra.

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In Pelle nera maschere bianche è stato il primo ad applicare le teorie di Lacan al cinema e ad interpretare il colonialismo sotto forma di nevrosi: per i colonizzati la nevrosi deriva dal fatto che la soggettività della fruizione dello spettatore è quella di un bianco, dunque rende impossibile l’identificazione per un colonizzato africano. Di fatto lo spettatore africano non si riconosceva nei personaggi dei film occidentali proiettati in Africa ai tempi della colonizzazione francese, pertanto rimaneva alienato, incapace di attivare il processo di immedesimazione e totalmente sciolto dal meccanismo di coinvolgimento dato dal “viaggio” che ogni film è in grado di far compiere.

L’idea di “Terzo cinema”, fortemente portata avanti da Solanas e Getino, è di fatto una denuncia verso il colonialismo culturale. L’ideologia coloniale, infatti, a loro avviso, funzionava anche a livello di linguaggio cinematografico e portava all’adozione di forme ideologiche inerenti alle estetiche cinematografiche dominanti. Gli autori teorizzarono uno schema tripartito che distingueva tra “primo cinema” (Hollywood e i suoi simili nel mondo); un “secondo cinema” (i film di Truffaut in Francia o di Torre Nilsson in Argentina); un “terzo cinema” rivoluzionario composto soprattutto da documentari di guerriglia militare. Solanas e Getino definiscono il Terzo cinema come il cinema che riconosce (nella lotta anti-imperialista del Terzo Mondo e nei suoi equivalenti all’interno dei paesi imperialisti) la più gigantesca manifestazione culturale, scientifica ed artistica del nostro tempo, in poche parole la decolonizzazione della cultura. I manifesti terzo-mondisti opponevano, quindi, al nuovo cinema non solo Hollywood ma anche le tradizioni commerciali dei propri paesi, ora visti come “borghesi”, “alienati” e “colonizzati”.

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In tal senso risultano interessanti le teorie di Theshome H. Gabriel all’interno del suo Verso una teoria critica del cinema del Terzo Mondo, secondo il quale vi sono tre fasi che l’intellettuale nativo deve attraversare nel processo di decolonizzazione: l’assimilazione alla cultura dell’occupante, il recupero delle proprie tradizioni, la lotta, distinguendole rispettivamente come “l’assimilazione tout court”, “la fase del ricordo” e “la fase combattiva”. Nella prima fase c’è una imitazione dell’industria cinematografica forte, nella seconda fase c’è una riscoperta delle origini precoloniali che produce primi tentativi di “indigenizzare lo stile”, nella terza fase si cerca di lavorare per un cinema al servizio delle masse e non più di un solo autore, ovvero si lavora per scardinare i processi di identificazione del cinema hollywoodiano. Nel “cinema del terzo mondo” c’è una rappresentazione del tempo più rallentata con un’enfasi più sullo spazio che sul tempo, si esprime un rapporto di fusione tra personaggio e contesto. Anche “il concetto di eroe” non ha ragion d’essere.

di Claudia La Ferla

Foto prese dal web


Claudia ha già parlato del cinema africano in relazione ai registi Sissako e Cissé. Oltre all’indiscutibile valore artistico dei film analizzati, abbiamo deciso di dedicare una sezione specifica proprio al Cinema Africano per offrire uno sguardo altro. Sul mondo e sul cinema nella fattispecie, come simbolo anch’esso di affrancamento e affermazione del principio di autodeterminazione.

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