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Recenti studi hanno dimostrato che quello che viviamo in termini di traumi potrebbe non finire con la nostra stessa vita. I traumi che subiamo possono depositarsi nel nostro DNA e traghettare verso i nostri discendenti. Trentadue ebrei scampati alla furia nazista sono stati posti sotto osservazione per capire come i traumi vissuti si fossero sedimentati nel loro patrimonio genetico. Non erano necessariamente passati dai campi di concentramento. Alcuni avevano subito torture e altri erano vissuti in clandestinità. L’idea –seppur scientificamente controversa- è che i traumi che subiamo in relazione all’ambiente circostante trovino il modo di reiterarsi nei nostri discendenti. Il risultato arriva dopo aver analizzato i geni dei figli dei sopravvissuti di cui sopra e aver riscontrato che sono maggiormente predisposti a sviluppare patologie da stress. Confrontando i risultati coi geni dei figli di ebrei vissuti lontano dall´Europa in quel periodo, si conclude che “I cambiamenti genetici nei discendenti possono essere attribuiti solo al fatto che i genitori abbiano vissuto l´Olocausto“.

Direttamente tramite una esplicita eredità eugenetica o indirettamente nella forma dei racconti dei familiari, il dolore radicatosi dentro di noi potrebbe raggiungere le generazioni seguenti. E’ stato infatti riscontrato che “i nipoti dei sopravvissuti al nazismo hanno sviluppato depressione, stati d´ansia, dipendenze e disturbi dell´alimentazione che hanno attribuito alla continua esposizione ai terrificanti racconti dei propri familiari“.

L’orrore vissuto in primis e quello assorbito in secundis plasmerebbero le persone.

bimba rosa

Non so se ci sia un livello massimo di orrore da raggiunge né se –qualora esistesse- lo abbiamo già oltrepassato, ma so che l’eventualità di una futura memoria del dolore aggiunge peso alla tragedia che si svolge davanti ai nostri occhi ogni giorno. Schegge di una guerra lontana (per/da chi?) si riversano a tutte le porte della Fortezza Europa. E la reazione dominante è il senso di impotenza. Declinato in due modi diversi: l’impotenza di chi vorrebbe salvare ogni singola vita e l’impotenza di chi rifiuta il carico di disperata umanità che spinge alle frontiere.

Voglio illudermi che il rifiuto nasca dall´impossibilità per “noi altri” di identificarci in quel dramma. La guerra ci ostiniamo a considerarla aliena, nonostante sia di fronte le porte di casa nostra e ad ogni ingresso laterale.

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Osservare le lunghe carovane che premono alle frontiere est dell’agonizzante Fortezza Europa è umiliante per ognuno di noi, è fortemente ingiusto e non può essere accettato come una eventualità. Accettare che fiumi di profughi giochino a scacchi con la morte sopravvivendo a se stessi, alla fatica, alla fame e al freddo –dopo esser scampati a bombe e torture- ci priva della dignità umana che erroneamente diamo per scontata.

osservate non guardate

Che senso ha progettare il futuro? Quale futuro? Pensiamo forse di meritare la casa dove viviamo? Forse, ma sicuramente non più di una qualunque famiglia siriana annegata nel tentativo disperato di mettersi in salvo da una guerra che non ha scelto. Perché ci appelliamo alla presunta incolumità dei nostri figli e lasciamo che altri anneghino senza una preghiera? Perché proseguiamo nell’ostinata ricerca di una pace fittizia arroccata su pregiudizi e cerchi concentrici da cui escludiamo l’altro? Quando si prende questa china, i cerchi si restringono sempre più fino a contenere solo il proprio piccolo ego avvizzito.

Il futuro è iniziato ieri. E in ogni ieri e in ogni oggi continuano ad annegare persone in fuga dalla guerra o dalla miseria senza che questo ci disturbi particolarmente. Eppure la memoria cosmica non si inganna. Il prezzo della nostra incuria lo pagheremo tutti alimentando un mondo fratturato e mesto in cui i bambini traumatizzati di oggi –quelli a cui neghiamo ogni cosa- daranno la vita a generazioni già segnate da colpe di cui non sono responsabili e traumi non vissuti. Non esistono muri efficaci per ripararci dal dolore altrui e le barricate acuiranno soltanto le ferite che tutti dovremo curare. Prima o poi.

papa´

Questa riflessione esiste in relazione alle foto di Francesco Malavolta che hanno richiamato alla memoria i due articoli citati. Le protagoniste sono le sue fotografie perché -guardandole- spero che ognuno di noi riscopra il senso degli eventi attuali  e dei sentimenti. Non delle emozioni: fugaci, labili e ingannevoli. Bensì dei sentimenti. Spero che chi le osservi –come me- si senta madre di quella bambina col maglione rosa, si senta moglie dell´uomo che protegge lo sguardo della sua creatura dal riverbero del sole e intuisca lo smarrimento di una bambina a cui una madre terrorizzata ha costruito una armatura in polistirolo. Spero che sentirete l’odore del sale marino, il rumore delle onde sugli scogli, l’adrenalina delle navi in bilico nel buio.

Mi auguro che chiunque passi dal Collettivo Antigone provi almeno un briciolo della gioia –a stento immaginabile- di questi viaggiatori per necessità quando toccano terra o la vedono da lontano.

*Photo Copyright: Francesco Malavolta

 

di Maria Grazia Patania

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