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*Finirono, ammassati come animali, su quel barcone senza bordi, senza deriva, senza timone. Ed io ero uno di loro.*

[A. Baricco – Oceano Mare]

C’è chi sostiene che un’opera d’arte, affinché se ne possa cogliere il reale significato e apprezzarne il più profondo dettaglio, debba essere contestualizzata nel proprio periodo storico. D’altra parte non potremmo chiamarla “Storia dell’arte” se non ci fosse, per l’appunto, il senso storico.

Allo stesso tempo, l’arte, al di fuori dei confini dell’arte esclusivamente figurativa, è profondamente soggettiva. Non che non si debba studiare per essere davvero consapevoli di chi fosse e cosa intendesse l’artefice di una scultura, di un’opera letteraria, di una melodia musicale. Ma è inevitabile un approccio fortemente relativo al fruitore. Questo è ciò che permette all’opera di essere eternamente arte e di cogliere in essa un senso e un significato assolutamente nuovo, diverso, ulteriore, per chiunque cerchi di penetrare la sua più profonda coscienza, che è la coscienza dell’artista/autore, ma che è anche filtrata dagli occhi di chi “sente” tramite un’immagine o, ancor prima, tramite una parola o tramite un colore o tramite un accordo.

Ed ecco allora l’epifania dell’opera, una rinascita che viene compiuta ogni qual volta viene osservata.

L’opera, nel sistema spazio/tempo, non cambia il suo significato, ma lo stesso significato originale si arricchisce di toni che la inseriscono nel “qui ed ora”; l’osservatore fuori dalla contemporaneità in cui l’opera è data alla luce, può scegliere (scelta deliberata o inconsapevole) se contemplarla o lasciarsi trascinare al suo interno, se rimanere sul piano dell’osservazione o caricare l’opera di un significato soggettivo (legittimo) che non mina il fondamento storico dell’opera, ma semplicemente mette l’accento sull’io che la guarda e non sull’io che l’ha creata.

Dunque, questione di prospettiva.

Théodore Géricault, La zattera di Medusa, 1818-1819

Guardando oggi la tela Géricault, nel corso incessante di mutevolezza degli eventi e della vita, ecco che il quadro, ormai fissato e pienamente compiuto dall’artista nel 1819, diventa quasi nuova denuncia del mondo contemporaneo. Questa, ovviamente, la visione soggettiva di un uomo di oggi, che assiste a continui eventi simili e che si trova giornalmente di fronte ad immagini in cui si manifesta la stessa tragedia.

Di fatto, la sensibilità insita nell’uomo non è indicata da un parametro universale, o tali immagini sarebbero prese dalla totalità degli individui per ciò che realmente sono: la morte dell’uomo. Eppure, se non sbaglio, il diritto alla vita è un diritto universale; dunque ci si dovrebbe indignare solo perché uno dei diritti fondamentali, il primo di tutti i diritti che ne conseguono, non viene pienamente tutelato.

A livello personale, invece, credo che ciascuno di noi dovrebbe fare una riflessione sugli esseri umani che sono, loro malgrado, protagonisti di tali vicende; dovrebbe indossare i panni della disperazione delle stesse persone che lasciano la morte certa per andare, spesso, incontro ad un’altra morte certa; dovrebbe anche andare più a fondo sul loro aspetto di “vittime”, sia in quanto fuggitivi, sia in quanto viaggiatori su un mezzo di morte; dovrebbe, infine, capire come la morte sia l’amara conseguenza di una profonda speranza di vita e quanto tale speranza spinga ad avere il coraggio e la determinazione per – letteralmente – naufragare verso una vita migliore.

Nella sua semplicità, mi sembra eloquente la frase di Baricco che, trasfigurando l’evento attraverso la letterarietà, richiama apertamente il naufragio della fregata francese avvenuto nel 1816 a cui si riferisce lo stesso Géricault, ma la stessa frase potrebbe essere l’effettivo pensiero comune per tutti coloro che cercano o perdono la loro vita passando da una probabile morte.

E infatti, le stesse parole di Baricco sono state pronunciate da Mike, un ragazzo nigeriano conosciuto sotto casa mia, intento a racimolare vestiti e cibo, tra gli scarti altrui.

Le stesse parole, infine, sembra pronunciare il quadro di Géricault che, a conti fatti, mette in scena una tragedia: ricollegandosi stilisticamente a Michelangelo e Caravaggio, l’artista utilizza a tale scopo l’equilibrio di forme, asseconda il movimento della zattera con quello dei protagonisti, incede, tramite un sapiente uso della luce e del contrasto chiaro/scuro, sui corpi classicamente statuari. Tale tragedia, ripetuta ogni volta che qualcuno muore in mare, è anche attimo di felicità o, ancor meglio lieto fine, per chi riesce a toccare per un po’ il sogno che ha tanto aspettato.

La storia si ripete e, come direbbe Oscar Wilde, “la vita imita l’arte, più di quanto l’arte non imiti la vita”.

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Foto di Francesco Malavolta, Lesvos

L’occasionalità del quadro di Géricault è data dal naufragio, nel 1816, della fregata “Medusa” che faceva parte di una missione diretta in Senegal per insediare il governo francese e sincerarsi dell’allontanamento degli inglesi. Lungo il viaggio la fregata si incagliò e, mentre gli ufficiali si imbarcavano nelle scialuppe, 150 uomini finivano su una zattera, abbandonati a se stessi, soffrendo la fame e la sete. Furono messi in salvo dopo 13 giorni solo 15 superstiti.

Questo ciò che l’artista richiama nel soggetto espresso. Esiste però un altro piano, universale, dell’opera d’arte, per cui, allora, questo quadro perde la sua occasionalità e diventa emblema di un naufragio. Il soggetto si fa ambivalente: da una parte gli uomini, che assecondano il movimento della marea e si sospingono verso una speranza di salvezza, dall’altra la zattera instabile, sospinta dal vento in senso contrario, come è chiaro dal rigonfiamento della vela. Partendo dal groviglio di corpi che si abbandonano alla morte in primo piano, passando alla disperazione di coloro che temono di non riuscire a sopravvivere, il quadro si erge in un crescendo dai morti ai moribondi fino al delirio di speranza di chi sventola le proprie vesti cercando tra le onde una nave o un accenno di terraferma che possa cambiare la loro sorte.

Al di là dei richiami classicheggianti (evidenti nei corpi eroici dei naufraghi), finalizzati a concepire la disfatta come universale, il quadro di Géricault è un grande esempio di realismo: la realtà è un flusso di elementi contrastanti e contraddittori e, in quanto tale, precaria, esattamente come la zattera. Il vero soggetto del quadro diventa il naufragio.

Géricault si differenzia dai suoi predecessori perché mostra una concezione della storia che non è più gloria e grandezza, ma è disperazione e morte; non trionfo, ma disastro. Ciò che Géricault vuole rappresentare nell’opera, secondo lo storico Michelet, era, metaforicamente, la deriva della Francia dopo la morte di Napoleone. Secondo Argan, invece, non c’è intenzione allegorica, ma un evento diventa un lampo di realtà: è un episodio reale che diventa simbolo emblematico della realtà intera.

Géricault non è certamente un idealista e pone le basi del realismo, inteso non come mera descrizione, ma come energia i cui estremi risultati sono follia e morte, rottura delle leggi razionali o interruzione dell’energia stessa nel destino finale dell’uomo.

Per proclamare la sua spinta realista, Géricault sovverte le leggi di composizione seguite fino ad allora: non vi sono dei personaggi disposti in scena che svolgono un’azione, ma si tratta di corpi avvinghiati che, nell’impossibilità di agire, diventano espressione di sofferenza e angoscia.

Il soggetto dell’opera di Géricault, così come la composizione e i sentimenti rappresentati, sono, a mio parere, profondamente attuali. Credo non sia difficile ritrovare in una delle migliaia di foto di oggi la stessa gioia nell’essere salvati, unita spesso alla disperazione data dalla stessa condizione di sopravvissuti per i familiari che hanno perso, così come è attuale la stessa crudeltà della vita che colpisce coloro che si lasciano andare allo stremo delle forze.

E proprio la mia visione di oggi mi spinge a chiedermi quale dose di coraggio serva per rischiare la propria vita in questo modo. L’unica risposta che riesco a darmi è che, quando si tratta di lottare per la sopravvivenza propria o delle persone che si amano, la paura rende schiavi e solo il coraggio più estremo può rendere liberi.

di Alessia Alicata

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