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Il post precedente del Collettivo Antigone era stato dedicato ad una recesione del film “Pecore in Erba”. Di seguito l´intervista di Claudia al regista Alberto Caviglia.

Come nasce l´idea di Pecore in Erba

Non avrei mai pensato di poter trattare questo tema al cinema, quando ci pensavo accantonavo di proposito perché pensavo qualcosa che non aggiungeva nulla all’argomento. Poi, andando per esclusione, ho capito che la chiave era affrontarlo ribaltando del tutto le cose. Il protagonista è un antisemita, l’antisemitismo è una sua caratteristica innata e deve essere libero di manifestarlo. Trattare il tema con la satira era innovativo e rappresentava un grandissimo strumento di riflessione che capace di portare ad una analisi più profonda. Ho fatto il film che volevo.

Quali sono state le difficoltà di realizzazione?

E’ un film a bassissimo budget che ha molte più scene di un film normale (circa il triplo), da girare in molto meno tempo del tempo regolare di un film.

L’esperienza a Venezia?

Dall’inizio ci eravamo detti che ci volevamo provare ad andare a Venezia, ma non ci credevo davvero. Quando è arrivata la notizia mi è sembrato incredibile, così come le reazioni del pubblico. Ci hanno proiettato in una sala con 1.400 persone con gente che applaudiva e rideva durante il film. Trovarsi lì con tutti gli attori del film è stata una esperienza unica.

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Roma, la tua città, come ha accolto il film?

Nelle sale il film non è andato benissimo. Uno degli elementi che abbia influito di più, penso sia stato il tempo. Non si è creato il passaparola necessario. Da 19 sale in cui veniva proiettato, dopo il primo WE è passato a 3. Il cinema purtroppo ha delle dure regole di permanenza nelle sale. Anche se comunque alla prima al cinema Intrastevere è stato accolto con molto calore. Spero molto nell’estero. La prossima tappa sarà la Francia.

Come vedi l’antisemitismo oggi?

L’antisemitismo è ancora presente. Non è un fenomeno immobile o meglio, ci sono delle forme che rimangono invariate nel tempo, altre che si evolvono e che mutano nel tempo. Questo film è un tentativo di portarle alla luce tutte. È un film che si interroga sulle cause dell’antisemitismo piuttosto che valutare gli effetti. Nell’estremismo del mio film tutti i personaggi sono antisemiti (escluso il nonno), anche la religione cattolica che, comunque, ha contribuito nella storia a creare quanto meno un sospetto rispetto all’ebreo. Con questo non voglio dire che tutti i preti lo siano, semplicemente si è creato un pregiudizio e un sospetto da cui poi è difficile liberarsi. La chiesa oggi ha fatto molti passi avanti e c’è uno spirito diverso, di coesione tra religioni. Il filo rosso del mio film è il pregiudizio, questo elemento accomuna forme di razzismo e pregiudizio analoghe verso qualunque essere umano, oggi purtroppo ancora fortemente presente.

Cosa ti senti di dire riguardo ad un popolo, quello africano, che oggi soffre il pregiudizio, tema portante del film ?

La questione riguarda la percezione che l’uomo ha del mondo, c’è chi si sente cittadino del mondo dove ognuno è libero di andare dove vuole e chi, invece, è pervaso da un nazionalismo che lo porta a difendere il proprio territorio e a volere per sé ogni diritto. Il problema reale è il non riuscire a trovare attraverso la politica una soluzione a quello che ormai sembra essere una routine di morti in mezzo al mare. Spero che il mio film diventi, al di là di tutto, uno strumento per riflettere e per affrontare in modo nuovo argomenti quali: antisemitismo, pregiudizio, razzismo e riesca a sensibilizzare le persone… anche se nel suo piccolo. Spero anche che con gli anni potrà lasciare qualcosa, che potrà essere riscoperto e apprezzato.

di Claudia La Ferla

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