Tag

, ,

ESP

copertina

L’omaggio alle opere affermatesi, soprattutto in Europa, tra gli anni ’40 e ’60, mi sembra calzante davanti ad un film come Pecore in erba, che fa dell’assurdo la sua peculiare caratteristica basandosi su una singolare visione: nessuna regola. Non me ne vorrà certamente Martin Esslin, che coniò il termine nel 1961, né tantomeno Beckett, volendo qui traslare l’accezione al significato di assurda finzione di una amara verità.

Alberto Caviglia fa di questa sua opera prima un punto di svolta, l’occasione per sovvertire la realtà utilizzandola come trampolino di lancio verso analisi molto più profonde, non tangibili ad un primo e superficiale approccio. Il tema portante dell’antisemitismo assume dei connotati fortemente moderni non solo in termini di linguaggio cinematografico e narrativo ma anche di messa in luce di una tematica su cui non si è ancora detto tutto. Caviglia fa una grossa operazione di comunicazione: ci traghetta all’interno del non detto come un fedele Caronte, conducendo lo spettatore tra le trame di una realtà molto più intricata di quel che possa sembrare. Il guizzo che conduce Pecore in erba tra i film di interesse, è il ben riuscito esperimento di narrare un tema talmente significativo come l’antisemitismo attraverso una nuova chiave: il mockumentary.

foto 1

foto 2

foto 3foto 4

Leonardo Zuliani scompare nel luglio del 2006, a sei mesi di distanza, il mondo non se ne fa una ragione e non si arrende alla sua assenza, per questo viene organizzata una marcia di solidarietà. Seguendo in diretta l’evento, Sky manda in onda un documentario dedicato alla vita di Zuliani attraverso le testimonianze dei familiari e amici, del suo psicoanalista, dell’insegnante delle elementari; il tutto arricchito da esperti del settore mediatico (ognuno nel ruolo di se stesso). Leonardo Zuliani, ragazzo geniale ma dalla personalità complicata si fa inventore e promotore di nuove modalità antisemite tacciando gli ebrei come causa di ogni male. Caviglia mette in scena la scomparsa di Leonardo Zuliani come la “morte di un mito”, la perdita di un mentore, la privazione di un fondamentale attivista per i diritti civili. Lo slittamento del piano del reale/congruo/razionale a favore del piano dell’antitesi/irreale/ assurdo, consegna la sensazione che in ambito cinematografico può essere accomunata allo scavalcamento di campo – in questo caso “scavalcamento di realtà”.

foto 5di Claudia La Ferla


Ci tengo ad aggiungere un ringraziamento sincero sia a Claudia per il lavoro e la riflessione fatta, sia al regista Alberto Caviglia che gentilmente ha rilasciato anche una intervista che seguirà in un articolo a sé stante.

Claudia nel commento al film fa emergere temi importanti quali il degrado linguistico che si congiunge sempre al degrado culturale ed emotivo, l’addormentarsi progressivo delle coscienze che smettono pian piano di indignarsi di fronte ai soprusi fino a degenerare in quello che una volta era ritenuto assurdo. Leggere la recensione di questo film mi fa tornare in mente la dimensione del discorso politico attuale, ad esempio. Parole e sentimenti che credevamo superati, orrori da cui ci sentivamo al riparo si presentano nelle piazze e si insinuano fra le sillabe.

Auguro al film e al suo regista il successo che meritano e spero che questa opera ci serva da monito per ricordare che l’intolleranza -in qualunque forma- è una malattia da cui non saremo mai al riparo.

“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione” [Edmund Burke]

 

di Maria Grazia Patania

Annunci