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“Mi chiamo Jeremy, ho 18 anni e vengo dal Gambia. Sono partito perché voglio avere una vita migliore di quella che avevo nel mio paese. Ho due sorelle e due fratelli ma io sono l´unico ad essere andato via. Mio padre è morto in campagna, per un incidente in moto. Dopo la sua morte siamo diventati più poveri di prima”.
Trovo Jeremy sotto casa mia. In un pomeriggio di Maggio. Era davanti al cancello –solo- che osservava le case. Mi è sembrato strano che fosse li, di solito vanno sempre verso il centro o verso il mare. Invece lui era sotto casa mia e guardava i palazzi.

Ciao, stai bene? Si, sto bene. Che ci fai qui? Ti sei perso ? No, guardavo i palazzi. Sono belli questi palazzi.. Ti va di venire a casa mia ? Ho un dolce buonissimo, è tipico di qui. Non disturbo? Ma che disturbi? Andiamo.

Mia mamma gli sorride ignara di quello che ci siamo detti e gli accarezza le spalle. Mio padre ci apre la porta e dopo lo stupore barcolla per far spazio all’ospite. E gli stringe la mano.

Quando Jeremy va via, mia madre ha un’ombra scura e so che sta pensando la stessa cosa che penso io. Ti spiazza la totale fiducia con cui si affidano a te. Io gli ho offerto un dolce, ma avrei potuto fargli del male. Avrei potuto rapirlo e non lo avrebbe saputo nessuno.

Chi conosce i loro nomi? I loro volti sono anonimi. Sono numeri che indicano il giorno in cui sono sbarcati e la sequenza con cui sono stati registrati. Corpi le cui storie non vogliamo ascoltare per timore di uscire dalla nostra fittizia aurea di perbenismo e comodità. Ci assolviamo così facilmente e costruiamo muri di scuse per non vedere. Non fare. Non dire.

Lui viene da lontano e non ha paura. Lui è stato tradito dagli uomini e dalla vita eppure si fida ancora. Noi invece ci barrichiamo dentro le nostre case gelosi del quieto vivere e ignari del suo prezzo sulla pelle altrui.

Jeremy il giorno dopo aspetta che ho finito con le colazioni e mi dice che deve parlarmi di una cosa importante. Andiamo insieme a fare la spesa e mi dice con lo sguardo rivolto a terra, imbarazzato: Non dimentichero´ mai quello che hai fatto ieri. Non ho mai mangiato un dolce così buono. 

Oggi è domenica: il giorno del pranzo di famiglia che dopo quasi 13 anni fuori continua a mancarmi. Oggi ci daremo tregua entrambi e andremo a mangiare a casa dove non ci sono file e biglietti stracciati da esibire per un pasto preparato senza amore. A casa ci aspetta la zia che non ti dà il tempo di respirare perché continua a riempirti il piatto. Ci aspetta papà che ti guarda e forse pensa che sei il figlio che non ha avuto. Di certo dentro di lui rinasce la speranza che un giorno l´Occidente paghi la sua tracotanza e l’Africa torni a respirare a pieni polmoni senza oppressori che esportano improbabili democrazie a base di bombe. Ci aspetta la mamma che pensa a un´altra mamma in un paese lontano. Una madre che –come lei- ha portato nove mesi un figlio in grembo, lo ha partorito con dolore e speranza per poi vederselo strappare senza la consolazione del ritorno. Una madre che si chiede come quella madre affronti l´alba di un nuovo giorno senza la certezza che quel figlio sia ancora vivo.

E noi la chiamiamo, sua madre. E suo fratello. E dall’altro capo del telefono –dopo il mare che ci separa e unisce- qualcuno mi sta benedicendo. Un uomo mi ringrazia perché mi sto prendendo cura di Jeremy, che è ancora piccolo. Gli dico di non preoccuparsi e intanto vedo lui che si prende il viso fra le mani e ride. Incredulo. E insieme due lacrime scivolano mentre ci benedice e ringrazia in tutte le lingue che conosce.

 

An ordinary day

*Copyright: Francesco Faraci


Jeremy e io ci siamo conosciuti nel Maggio 2014 di fronte casa mia mentre osservava i palazzi. Tuttavia era arrivato il 24 Aprile: il giorno del mio compleanno, un segno del destino probabilmente. Una settimana dopo sono ritornata a casa ma era stato trasferito e ci siamo persi. Tuttavia a Natale l’ho ritrovato di nuovo sotto casa invitato per le vacanze da una volontaria che lo ha preso a cuore. Ci siamo abbracciati increduli e abbiamo deciso di non perderci più. Da allora emotivamente è stato adottato da tutta la famiglia e in questo anno sono successe molte cose… belle e brutte. Ha finito l’anno scolastico con ottimi voti, ha passato le selezioni per un corso per fare il barista e abbiamo festeggiato a sorpresa il suo compleanno. Non credo di aver mai fatto un regalo cosi apprezzato. A Pasqua è tornato ad Augusta e quasi ogni giorno faceva doposcuola coi miei che avevano una nuova luce negli occhi mentre mi raccontavano i suoi progressi. Lo stesso in estate quando ha anche imparato a nuotare senza avere paura del mare. Ora verrà di nuovo spostato di centro. Per l’ennesima volta. Senza senso, senza giustizia o preoccupazione per la sensibilità di queste creature martoriate. Prese e spostate come pacchi, nutrite e curate in modo approssimativo e insufficiente. Siamo in attesa del verdetto per la richiesta di asilo in Italia e intanto pensiamo al Natale. Quando finalmente -spero- ci riuniremo nella stessa casa dove ogni cosa è iniziata.

Troppo spesso chi racconta le migrazioni sembra dimenticare il lato tragicamente e profondamente umano che hanno. Ci si limita ai numeri e si perdono le coordinate. Nessuna nuova vita –nemmeno la migliore immaginabile- potrebbe cancellare l´orrore di cui hanno fatto esperienza nè lenire l’assenza della propria famiglia. Provate a immaginare per un attimo di partire senza avere idea se mai tornerete nei luoghi dove siete nati e vissuti. Pensate di non rivedere più nessuno dei vostri amici e dei vostri familiari. Pensate di dover ripetere a vuoto la parola “mamma” senza che nessuno reagisca. Cercate di ricostruire il senso di tragedia quando non riuscite a prendere la linea per telefonare a casa dopo che il bianco benevolo di turno si è ricordato di fare una ricarica. Ma soprattutto immaginate di sentire vostra madre malata al telefono nella consapevolezza atroce di non poterci essere e di non poter fare nulla per lei.

Forse così avrete una idea –seppur vaga ed imprecisa- di cosa sia il quotidiano vivere di quelli che oltraggiosamente vengono etichettati come “clandestini”

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di Maria Grazia Patania

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