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Mi chiamo Doumbia e vengo dal Mali. Ho 17 anni e amo giocare a calcio. Sono arrivato ad Augusta l´1maggio 2014 e non capivo niente.

Doumbia si presenta cosi e parlando francese invece che inglese era forse anche più isolato degli altri. Ci conosciamo il primo giorno che vado al centro e da subito capisco che di lui posso fidarmi. Doumbia non terrà mai per sè il panino in più, ma cercherà sempre qualcuno più affamato o anche solo più piccolo a cui darlo. Dorme nella stanza peggiore della scuola: grande, sovraffollata e estremamente disordinata. Ma la sua brandina sembra un piccolo angolo di decoro.

Non ricordo il momento esatto in cui l´ho conosciuto. Ho più l´impressione che si sia materializzato per aiutarmi a sopportare le barbare conseguenze della mia vita agiata. Doumbia veniva a fare la spesa, aiutava nella distribuzione di vestiti e cibo quando il crollo di nervi era più probabile, c´era sempre con scopa e secchio per pulire. Soprattutto c´era sempre nella stanza del dottore. Teneva a mente se qualcuno aveva bisogno di cure mediche e appena arrivava la dottoressa, compariva col paziente dolorante e si metteva in fila. Sempre calmo. Sempre sorridente. Una volta entrati ci barcamenavamo in difficili conversazioni siciliano-francese-arabo, convincevamo il malcapitato che doveva seguire la terapia eventualmente assegnata e poi tornavamo a fare altro.

Un giorno il malcapitato fu lui e la dottoressa senza troppi preamboli mi spiega che deve fargli una puntura. Ora -un anno dopo e alla luce del fatto che scoppia di salute- non riesco a non ridere ripensando alla sua espressione di panico e al gesto istintivo di prendermi la mano. Un gigante tutto muscoli terrorizzato da un ago. Di pomeriggio andiamo dal dentista con un suo amico afflitto da mesi dal mal di denti. Mi aspettano davanti il cancello della scuola puntuali e precisi e nel caldo del pomeriggio camminiamo per le strade deserte. Mentre aspettiamo facciamo amicizia con una coppia di anziani inizialmente ostili ai ragazzi. Poi ci lasciano entrare per primi e ci regalano dei soldi per « farli mangiare ». Che i ragazzi decidono però di spendere a beneficio di tutti e comprando prodotti che sarebbero serviti alla scuola.

Qualche giorno dopo riparto ma torno poco dopo. E Doumbia è sempre lí : sempre calmo e sorridente. Non chiede mai nulla per sè, ma si ricorda i bisogni di tutti e trova il modo per farmi dei regali. Intanto anche a lui sono stati curati i denti ed è sempre più bello. Mi confessa che ogni volta che riguarda le foto dove aveva i denti cariati pensa ai pomeriggi dal dentista. E a me che gli tengo la mano.

Un anno dopo quell´1 Maggio 2014, Doumbia vive fra P. –dove gioca a calcio- e A. -dove abita il suo tutore. Ogni tanto va a trovare i miei cosí possiamo vederci su Skype.

E in una di queste volte gli chiedo se vuole far conoscere la sua storia. Se vuole raccontare il suo viaggio per aiutare a capire chi non capisce. Col suo solito sorriso buono, inizia a raccontare. Si percepisce una punta di rassegnazione come di chi non capisca cosa altro vada spiegato.

Sono andato via di casa a 16 anni perchè non volevo essere preso dai ribelli armati che avevano fatto il colpo di stato. Io non volevo armi e i militari passavano casa per casa a cercare i giovani. Mia mamma vuole che vado via. Non vuole che io uso le armi. E io ho paura. Mi manda in campagna sperando che la situazione migliori e io possa tornare a casa. Ma la situazione peggiora e quindi devo andarmene perchè anche la campagna non è più sicura. Coi soldi raccolti lavorando come agricoltore, inizio il viaggio e per fortuna faccio “solo” un giorno di deserto. Arrivo in Algeria e poi in Libia dove non vengo fatto prigioniero. Però la Libia è pericolosa: tutti hanno armi, anche i bambini, e tutti le usano contro di noi. I neri. Nelle strade libiche schiavitù e morte sono facce della stessa medaglia. Vale poco la vita e la giustizia è solo un vago ideale. Mi manca mia mamma, mio fratello e la mia sorellina che ora ha 11 anni. Il mio sogno è diventare un calciatore famoso e portare con me la mia famiglia. Vorrei che mia madre fosse orgogliosa di me. E la sai una cosa? Mi dice sempre quello che voi dite a me: “Fai il bravo”. Siete tutte uguali le mamme!

Doumbia si è diviso fra allenamenti di calcio e scuola serale per imparare l´italiano. La settimana si sentiva spesso solo e aspettava sempre di tornare ad A. dove aveva i suoi amici. Mi dice che esce con “i ragazzi della chiesa” che gli hanno festeggiato il compleanno e lo invitano sempre ad unirsi a loro. Doumbia adesso fa una vita normale, fa le cose che facevo anche io alla sua età e ogni volta che gliele sento dire mi sembra di sentire un piccolo miracolo.

Youba calcio

foto presa dal web

A volte mi annoia studiare e spesso non riesco a concentrarmi. La mia testa se ne va in Mali dove c´è mia mamma. A volte penso che gioco con mia sorella e mi immagino quanto è cresciuta. Mi sento inutile perchè non posso aiutarle e questo mi confonde i pensieri. A volte studiare è veramente pesante. Vorrei un lavoro per poter mandare i soldi a loro ed essere libero di sentire la mamma quando voglio.

Chiamare sua madre costa molto e non riesco mai a convincerlo che deve dirmi quando finisce il credito perchè altrimenti in Mali lei si preoccupa. Lui non chiede mai. Mi ricordo il giorno in cui gli hanno dato la carta di identità: me l´ha mandata subito in foto. Idem con la pagella: la sua prima pagella con quasi il massimo dei voti. Mi ricordo anche il giorno del mio compleanno quando ci siamo sentiti per telefono e stava facendo festa con altri amici.

È di questo che parliamo quando parliamo di profughi, clandestini, africani e classificazioni varie ed inutili. Parliamo di Vita. Parliamo di Speranza. Parliamo di Sogni. Ma non solo le loro. Bensí soprattutto le nostre di costruire un mondo più gentile. Ogni volta che ricevo la notizia di un successo di Doumbia, penso che il mondo sia un posto migliore. Penso che in quel mondo –gentile ed accogliente- metterei al mondo dei figli. Perchè mi piacerebbe sapere che in quel mondo gentile siamo tutte madri e sorelle e amiche e mogli. Perchè ogni volta che arrivavano nuovi ragazzi a scuola–oltre i disastri pratici ed organizzativi- ringraziavo il cielo che li avesse risparmiati e ce li avesse portati sani e salvi.

Non è buonismo. Forse addirittura potrebbe essere egoismo. Perchè in questo mondo devo viverci anche io e ora come ora non mi sembra affatto invitante. Se avessi dei figli, penso che non saprei come proteggerli dalla violenza verbale e fattuale a cui ci espongono ogni giorno. Fiumi di incitazioni al razzismo, alla discriminazione, alla violenza gratuita che non saprei come arginare. Se anche aprissi casa mia ad ogni nuovo arrivato, non riuscirei a spiegare ai miei figli perchè li lasciamo morire in mare e perchè aggrediamo i sopravvissuti con un´ira che andrebbe riservata ai padroni che ci affamano. Non riuscirei ad evitare che i miei figli fossero esposti al calcolo vile e meschino, non riuscirei ad evitare che la discussione su un tema cosí delicato venga affrontata secondo calcoli utilitaristici e beceri. Non riuscirei a dissipare la sgradevole sensazione che possano pensare si stia parlando di cassette di mele in eccesso da smistare secondo il gradimento personale e la convenienza. Non riuscirei ad insegnare ad argomentare contro chi invidia i profughi per il telefonino perchè francamente potrei solo invitarli a schifare questi soggetti. Ma so che non aiuterei la causa del progresso umano con un sordo rifiuto nei confronti di questi posizioni benchè assurde e violente. L´unica cosa certa è che li inviterei a conoscere, a toccare con mano, ad andare dai loro fratelli e sorelle arrivati da lontano per chiedere di cosa abbiano bisogno. Li inviterei a cercare di saldare il loro debito nei confronti della vita che con loro è stata generosa senza che ne abbiano avuto alcun merito

Facendolo potrebbero incontrare un ottimo amico. Proprio come Doumbia.

di Maria Grazia Patania

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