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A giugno del 2015, l’ONU annuncia che ci sono nel mondo 60 milioni di persone in transito, che migrano, si spostano, fuggono, viaggiano adoperando i più diversi mezzi per mettere una certa distanza tra il proprio presente/passato e il proprio futuro. Questa constatazione contrasta in maniera eclatante con tutta una serie di convinzioni ideologizzate che covano da decenni tra le popolazioni di tutto il mondo e che attualmente hanno ottenuto legittimità, vengono promosse da forze economiche e politiche dominanti che muovono milioni di “stanziali” (e perfino un certo numero di immigrati “normalizzati”) a considerare chi si sposta un nemico che si accalca a rubare le poche possibilità che la crisi economica non ha ancora annullato. Questo porta grandi numeri delle popolazioni ad ogni latitudine e longitudine ad agire di conseguenza e ad appoggiare la costruzione di muri, prigioni, sbarramenti anche elettronici, a esprimere consenso per le proposte messe in campo da politici di bombardare esseri umani prima ancora che si mettano in transito, come si sta legiferando in questi giorni in Europa.

Ma la reazione, naturalmente, non è univoca ed un numero incoraggiante di persone anche in Italia si è a mossa per esprimere solidarietà, riconoscere che la divisione “noi” “loro” è fasulla, che siamo stati migranti, che un gran numero di giovani e meno continua ad esserlo oggi e che il futuro potrebbe riservare a chiunque lo status di migrante, immigrato, straniero, esule, rifugiato, richiedente asilo, fuggiasco, viaggiatore. Questi sviluppi non possono non avere ripercussioni anche sulle persone che operano nel campo culturale e che in questi anni hanno scritto, dipinto, fotografato, filmato, recitato sulla questione migrazione. L’anno 2015 potrebbe infattisegnare una svolta nel dibattito su come affrontare la rappresentazione di questo fenomeno mondiale e delle persone chene sono protagoniste. Potrebbe portare a riflessioni sulla necessità di dare maggiore spazio alle elaborazioni della propria rappresentazione fatte dai migranti stessi, che ci si interroghi sulla logica di “dar voce” a chi, presumibilmente non ne ha, e che si creino invece gli spazi in cui chi è stato zittito/a si possa esprimere. Opere quali il film “Io sto con la sposa” hanno notevolmente contribuito a porre al centro del dibattito culturale la necessità di una nuova estetica del confine che promuova l’idea che essi debbano essere aboliti per rispondere ad esigenze umane (dopo essere stati aboliti per rispondere alle esigenze delle merci). Un altro esempio di questo tipo di “trasgressione” potrebbe essere quella articolata in Germania dal Zentrum für Politische Schönheit che organizza funerali per i migranti annegati nel Mediterraneo elaborando un’interessante estetica di denuncia e di unità tra popolazioni che nella logica neo-liberista dovrebbero essere avversarie. Il Progetto Antigone in Italia sta contribuendo a diffondere questo nuovo modo di affrontare l’argomento migranti fuori da ogni pietismo e con senso di reciprocità.
Ritornando alle riflessioni sulle diverse iniziative che sono state messe in campo a livello artistico in Italia negli ultimi anni sulla questione migrazione, come membro del gruppo multiVERSIil quale ha curato le due antologie, vorrei fare un quadro dei due volumi di poesia “Sotto il cielo di Lampedusa” pubblicati da Rayuela nel 2014 e 2015 (il primo dal sottotitolo “ Annegati da respingimento” con introduzione di Erri de Luca e il secondo “Nessun uomo è un’isola” con nota introduttiva di Gino Strada).

Dalla prospettiva delle urgenze delle centinaia di profughi e richiedenti asilo che a giugno hanno affollato per giorni gli scogli a Ventimiglia, i due volumi potrebbero sembrare poca cosa, un intervento culturale velleitario che poco c’entra con le proprie rivendicazioni e il proprio stato. Eppure qualche impatto positivo a livello di sensibilizzazione e di creazione di complicità e contatti in questi quasi due anni di attività svolte attorno a questa antologia c’è stato ed è forse dovuto alla composizione stessa delle antologie e alle modalità di diffusione. Complessivamente, i due volumi comprendono le voci di oltre 130 poeti e poetesse, prevalentemente italiani, sparsi per tutta la penisola, e con un buon numero di autori provenienti da più di 20 paesi, compresi una buona quantità di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, particolarmente dall’Eritrea e dalla Siria. Questa molteplicità di voci, di sensibilità, di differenze di punti di vista hanno permesso sia a multiVERSI, il gruppo che ha curato le antologie,sia ai poeti che hanno partecipato leggendo in oltre quaranta eventi in tutti Italia, alle persone che sono intervenute per testimoniare sulla traversata dei deserti e del Mediterraneo, di confrontarsi con la complessità del fenomeno migrazione, di andare oltre la sua semplice riduzione a numeri.
In questo contesto particolarmente efficace è stata la poesia della poeta eritrea Selam Kidane, attualmente residente in Gran Bretagna, che riporto qui integralmente.

Numero 92 di Selam Kidane

MI chiedo quale nome ti ha dato, la tua mamma preziosa,
forse ti ha chiamato berhan, mia luce.
forse ti ha chiamato haben, mio eroe. forse quisanet, riposo.
oppure il tuo nome è awet? vittoria.
dimmi piccolo ti ha forse chiamato col nome della sua speranza,
[la sua aspirazione o il suo sogno?
o forse col nome del fratello che ha perduto o del padre da tempo
[andato.
forse ti ha chiamato con il nome del deserto attraversato o della
[terra lasciata indietro.
Forse ti ha chiamato col nome della terra in cui eri diretto. Dimmi
[piccolo
qual è il nome che tua madre ti ha dato… perché io non posso sopportare che tu
[venga chiamato numero 92.

Riprendendo il discorso sulla trasformazione artistica della cruda realtà dell’annegamento, vale la pena riportare alcuni versi del poeta eritreo Hamid Barole Abdu, rappresentante in un certo senso del fenomeno delle “seconde migrazioni”, essendo egli stesso unpoeta eritreo che dopo oltre trent’anni di vita in Italia si è trasferito in Uganda

Lettera dal fondale del Mediterraneo di Hamid Barole Abdu

Cara mamma, ti scrivo da un acquario
uno spazio infinito e senza mormorio
dove tutti dormono sonni profondi come le mummie dei faraoni.
Qui il tempo non è scandito da notte e dì
C’è tanta pace, è una vita da angeli
un vero Paradiso nel fondale marino,
si vive senza acqua e senza cibo
non si lavora e non si fa nessun attività
ci si rilassa in eternità.
[…]

Un altro rovesciamento del modo di guardare all’annegamento, viene fornito, sempre nel primo volume, nella poesia della poeta maliana AwaMeite Van Til, la cui traduzione italiana riporto integralmente.

AwaMeite Van Til

Andrò
Lontano dal mio paese
Con le sue colline che profumano l’alba
Con le sue rive schizzate dai risi
Con le sue savane dal cuore palpitante di silenzio
Andrò
Lontano dai miei
E queste melodie che cullano l’intero universo
E questi corpi che s’intrecciano come liane
E queste donne dalle labbra orlate di luce
E inostri figli con nello sguardo la dolcezza del miele
Andrò
Lontano da me
Per esservi vicino
Per far sì che i nostri cuori cantino all’unisono
Perché sparisca la paura e spariscano i dubbi
Perché si prosciughino le lacrime
Sicuramente svanirò in mare
Per dar vita in voi
A l’eterna speranza di una nuova alba.

Il primo volume raccoglieva oltre 80 poesie di 70 poeti diversi, provenienti da oltre 15 paesi ed ha avuto una diffusione relativamente ampia a livello nazionale, con molte presentazioni, recensioni sia su cartaceo che on line in siti molto frequentati come Global Voices, adattamenti teatrali, come quelle dei “Cantieri Meticci” che è stato utilizzato la prima volta a un mese di distanza dagli annegamenti in una funzione ospitata dalla chiesa Metodista di Bologna per dare, simbolicamente, degna sepoltura ai morti e per permettere ai sopravvissuti di esprimersi. In seguito vi è stato anche l’adattamento del Gruppo 77 di Bologna intitolata “La geografia è un destino” e che ha girato in diverse città italiane.

La cosa che appare particolarmente significativa rispetto al progetto di entrambi i volumi è che fin dall’inizio, chi organizzava le presentazioni ha voluto che la poesia andasse, da un lato, a pari passo con la cronaca e, dall’altro, che alla poesia si accompagnassero altri tipi di interventi, di tipo testimoniale, giornalistico, musicale, pittorico che cercassero di trasmettere la complessità della questione battendo su diversi tasti. E così nelle oltre trenta presentazioni che ci sono state a livello nazionale, nessuna è stata uguale all’altra: diversi sono stati i testimoni, le poesie lette, le altre forme artistiche che accompagnavano, diverse le modalità di dibattito…

Per ritornare alle poesie del primo volume, a quelle di tipo elegiaco riportate sopra, si affiancano anche un certo numero di composizioni dal registro ironico, e in alcuni casi apertamente accusatorio, come quella di Francesco Sassetto “ Ai respinti di Lampedusa il popolo italiano porge sentite condoglianze”. Al tono ironicamente solenne della poesia civile di Sassetto, Alessandra Carloni Carnaroli, per esempio, in una delle sue due poesie riportate nel volume, sembra rispondere con il distacco dichiarativo di apertura esordendo con la parola “dicono”, e fornendopoi una feroce istantanea dello sconvolgimento in Italia provocato dagli annegamenti in una declinazione tutta sua di brutalità quotidiana:

dicono di questi poveri morti sotto la barca
ora parla il papa ora parla
il poeta di turno
il politico il
macellaio
la badante del mio vecchio
polmone destro
malmesso
il bambino negretto
gli tirano i pezzetti di pane sui capelli
alla mensa ma per scherzo (per contrasto
per risalto con il nero appunto il crespo
mentre la mollica morbida
al tatto che male vuoi
che gli faccia, maestra/ un uso attento
del congiuntivo va sempre premiato
del resto è italiana la nostra lingua madre)
non è un problema di mare
di fame di bossi-fini
cretini
lo straniero
ci sopravvive in testa prima lendine
poi pidocchio
poi nostra crosta
terrestre bagnata per 2/3
da arterie.

Inizialmente a novembre dell’anno scorso la casa editrice Rayuela aveva proposto al gruppo poetico multi VERSI un ampliamento del primo volume che comprendesse un massimo di 40 poesie. La risposta all’appello, lanciato principalmente tramite le pagine di Facebook e una mail list di poeti a livello nazionale è stata talmente ampia e meritevole che la casa editrice ha deciso invece di lanciare un secondo volume, che con il sottotitolo “Nessun uomo è un’isola” si rifà alla poesia di John Donne. Non si è trattato dunque di una continuazione meccanica dello sdegno e del dolore per gli annegamenti di massa del 3 ottobre a Lampedusa ma il secondo volume nasce piuttosto dall’esigenza di registrare, rispondere, reagire in modalità poetica all’acuirsi della situazione del Mediterraneo, alla velocità con cui si sta affermando il modello securitario, di rafforzamento della Fortezza Europa attraverso un moltiplicarsi di sigle quali Mare Nostrum, Frontex, Triton, Mos Maiourum, a come la questione dei migranti venga legata alla costruzione di eventuali scontri di civiltà e di guerre. Dalla prospettiva del giugno 2015, a più di un anno e mezzo dagli annegamenti al largo di Lampedusa, sui nostri schermi c’è stata una sorta di crescendo dell’orrore, un susseguirsi quotidiano di immagini di profughi arrivati alle porte dell’Europa cadaveri assiderati, di scandali prettamente italiani relativi al “business” escogitato da speculatori di ogni colore politico per fare soldi sui profughi sopravvissuti “ospitati” nelle strutture di accoglienza. Il 2015 si è infatti aperto con un botto clamoroso a Parigi e tutta la questione dell’identificarsi o meno con Charlie, una questione che ha creato pressioni particolarmente sui migranti che in Europa vengono identificati con l’Islam. L’ultima sezione dell’antologia si intitola proprio “Post Charlie Hebdo” e contiene riflessioni sia di italiani che di “stranieri” in merito.

Nel secondo volume dell’antologia, a un anno di distanza dagli annegamenti del 3 ottobre 2013, si nota spesso tra i poeti e le poetesse un tono meditabondo, come se la sedimentazione del crescendo di orrori a livello politico e sociale scatenato dalla risposta istituzionale e a livello di popolo al fenomeno migrazione li conducesse a riflessioni su un comune destino dettato dai venti ingovernabili della storia:

“Sono ciò che rimane
della conchiglia fatta rena
distesa tra dune e spiagge
sconvolta dal maestrale,
figlia dell’onda anomala
che muore senza urlare”

dichiarano i versi di Maria Teresa Infante. Uno spaesamento esistenziale, che si registra a livello sensoriale emerge in chi è stato più vicino a e ha sperimentato di persona tali venti, come emerge ad esempio nella poesia di Tareq al Jabr, un giovane rifugiato siro-palestinese che abita in Italia da 3 anni,

“potrei morire oggi, anche se la mia vita
non è morta.
Potrei vedere ciò che non ho visto con i miei occhi

Potrei non ripetere la scena negli occhi nemmeno nella mia immaginazione.

Potrei non essere nel numero
Dei morti sugli schermi, ma
Potrei vivere, e l’altro estraneo essere ucciso,
potrei non credere alla sua morte.”

Da rilevare, rispetto al primo volume, una maggiore presenza di poeti giovani, 20 dei 61 poeti infatti hanno un’età che va dai 18 ai 35 anni e cosa interessante presentano tra di loro grandi differenze di sensibilità, registro, sguardo. Non si può parlare di una generazione poetica con un unica sensibilità.

Sulla possibilità che ancora potrebbe esserci di trovare un terreno comune sul quale costruire ci riportano alcuni versi della poeta Maria Luisa Vezzali, dedicati alle ex scuole Merlani di Bologna che l’anno scorso ospitavano un gruppo di rifugiati principalmente nigeriani in autogestione (è stato in questo luogo che è stato lanciato il primo volume dell’antologia):

Esserci soprattutto in simile sisma di sogni
Esserci in canto mentre dallo schermo della parete
Cola un’oasi di fruscii fragili un fiore aperto
Preme nella grazia fallita della città.

E poi per ritornare invece a una voce nigeriana sull’argomento traversate del mediterraneo, un haiku di Okwuchi Uzosike un giovane studente e poeta nigeriano attualmente tirocinante in farmacia a Bologna:

“Lontano dal cielo e dalla terra
Lontano sogni e speranze
Nessun uomo né mani
Persino il destino fuggì
E l’orizzonte codardo
Pian piano scomparì.”

La poesia di un autore italiano affermato come Paolo Polvani si riallaccia invece a un genere di successo nella cultura italiana, l’agiografia, ricollocandola però nel contesto odierno, riprendendo il filone del fantastico dei voli del santo stolto e facendo emergere che cosa significherebbe oggi dispiegare la propria umanità nel contesto del Mediterraneo. Incontriamo due personaggi quello di Abdelaziz e San Giuseppe da Copertino:

San Giuseppe da Copertino salva un migrante in procinto di annegare sollevandolo in volo
Paolo Polvani

Io sono Abdelaziz, quello del mare che inghiotte, Abdel
in bilico sul bordo della barca, sul bordo
dei sogni, quello del cielo azzurro e della notte
che avanza strisciando, della barca che si rovescia nel buio
e spalanca l’alfabeto sonoro del terrore.
Abdelaziz del freddo che assorbe, della imperscrutabilità dei pesci,
dell’acqua che diventa uno scintillio di voci, di grida,
fanfara dolorosa di destini senza più nome.
Abdelaziz che ha conosciuto il privilegio di una mano che l’afferra,
l’ha scaraventato nell’inchiostro del cielo, su su, ha volato
come un uccello senz’ali, Abdel che tremava nell’aria,
che ha sentito la terra, è caduto, ha visto in faccia
quell’uomo, si è specchiato nella sintassi di rughe,
nella fronte da contadino, Io Abdelaziz, da Wajid, Io
Giuseppe, ha detto soltanto, vengo da Copertino.
Abdelaziz in piedi sulla barca. Gli è stato rivelato
che morire non è solo un’ipotesi, una parentesi chiusa,
un’equazione, una faccenda trascurabile.
Abdelaziz che ha volato nell’aria, le stelle affacciate.
Abdelaziz che Giuseppe l’afferra col braccio da contadino,
Giuseppe di poche parole, sparito nel buio.
Io sono Abdelaziz, quello della barca, del mare che inghiotte.”

Nella poesia di Reginaldo Cerolini, nessun santo accorre a sollevare in volo il migrante che necessita salvezza, nessun miracolo interviene a risparmiare né la vittima né l’inconscio carnefice dalle responsabilità del reale. Cerolini esprime in toni lirici/ rabbiosi, il punto di vista di un giovane artista dalla pelle nera, di origine brasiliana adottato e cresciuto in Italia, che riflette sulle realtà di razzismo e discriminazione, declinate in varie casistiche di classe che l’annegamento ha impedito entrassero nell’esperienza di vita di chi non ce l’ha fatta:

“Un giorno io
Ti farò entrare nella mia pelle
E incontrerai il sangue vivo dei
naufraghi di cinque continenti,
il battito finito dei loro cuori
che non toccando la riva
non ha così potuto trasformarli
in detenuti di prevenzione per colpe future,
in speranzosi fuggitivi, in vù cumprà,
in schiavi, in lustrascarpe, in puttane,
in badanti, in spacciatori, in femminielli esotici…”

dopo aver affrontato appunto intere gamme di esperienza di immigrazione salendo nella scala sociale di possibili futuri per un immigrato in Italia e arrivato a quello che sarebbero potuti diventare nel migliore dei casi, il poeta dalla pelle nera si rivolge all’interlocutore chiarendogli che soltanto dopo aver attraversato queste diverse gradazioni di discriminazione sulla propria pelle “… finalmente in me ti sentirai straniero:

“Non temere. La mia pelle non è un confine, ma un inizio senza fine.
Ti mostrerò il tesoro di questa dura scorza
E il segreto alloro ove, si muovono in volo,
con desideri colmi di tenerezza e forza, stormi
di allodole: e sono loro, io e ora tu
Lìberale”

Ed è con questo augurio di volo e di liberazione che continuiamo a presentare e a diffondere l’antologia, sperando che essa possa contribuire allo sforzo collettivo di poeti ed artisti di elaborare nuovi paradigmi per la rappresentazione della migrazione e dei cambiamenti necessari alla sopravvivenza del pianeta.

Pina Piccolo, 30 giugno 2015

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